Stati Uniti e Iran, dopo il naufragio momentaneo dei colloqui si trovano in un limbo che rischia di costare più di un conflitto aperto

ROMA – Né pace né guerra. È il limbo. Stati Uniti e Iran, dopo il naufragio momentaneo dei colloqui mediati dal Pakistan si trovano in uno stallo che nessuna delle due parti sembra disposta a rompere per prima. E che rischia di costare più di un conflitto aperto.
Sabato Trump ha annullato la missione di Steve Witkoff e Jared Kushner a Islamabad, dove era previsto un secondo round di trattative. Teheran pone una precondizione che Washington non intende accettare: la revoca del blocco navale ai porti iraniani prima di sedersi al tavolo. Il risultato è che non si parla, e si spara solo in Libano.
Eppure l’immobilismo ha un costo. Un editoriale del quotidiano conservatore Khorasan, ripreso da diversi media iraniani nel fine settimana e anche dal New York Times, ha definito il momento attuale “un limbo strategico” potenzialmente “più pericoloso della guerra a breve termine stessa”. Entrambe le parti, si legge, “hanno fatto un passo indietro rispetto ai costi di una guerra su vasta scala, ma non sono andate oltre la logica della forza”.
Trump scommette che l’Iran crollerà prima, soprattutto per il peso del blocco dello Stretto di Hormuz. Teheran scommette sull’opposto, che le perturbazioni sullo stretto siano più costose per Trump che per gli iraniani, almeno nelle prossime settimane. Alcuni economisti stimano che il regime possa reggere tra i tre e i sei mesi. Ma anche superando la prova economica, il problema strategico non scompare.
Trump ha detto in un’intervista a Fox News di non avere fretta, e ha ribadito che “non si può permettere all’Iran di possedere armi nucleari in nessuna circostanza. Le userebbero e metterebbero in pericolo Israele, l’Europa e gli stessi Stati Uniti. Stiamo rendendo un servizo al mondo impedendolo”.
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