Teheran “non intende negoziare” con gli Stati Uniti.Poco prima la Casa Bianca aveva assicurato che i contatti con la Repubblica Islamica per porre fine alle ostilità “continuano” e “sono produttivi”. L’allarme del regime degli ayatollah: “Usa e Israele pronti ad occupare l’isola di Kharg”
Se da una parte Leavitt promette che Trump “scatenerà l’inferno” se non coglierà l'”opportunità di cooperare” offerta a quelli che definisce “i resti del regime”, si parla di un’operazione “molto vicina a raggiungere i suoi obiettivi” che era stata concepita per durare “dalle quattro alle sei settimane” ed è addirittura “in anticipo di venti giorni sulla tabella di marcia“. In parole povere, gli Usa sono pronti a chiudere, ed è proprio questo che porta Araghchi ad alzare la posta, almeno retorica, e assicurare che “la resistenza continua“.
“Il presidente Trump non bluffa”, aveva detto Leavitt, “L’Iran non dovrebbe commettere di nuovo errori di valutazione“. Parole che da una parte suonano minacciose, dall’altra sembrano dare la guerra come prossima alla conclusione.
La macchina del negoziato si è comunque avviata e sembrerebbero confermarlo i contatti sempre più fitti tra le capitali del mondo arabo e musulmano. Di particolare rilievo la recente telefonata tra l’emiro del Qatar, Hamad Al Thani, e Shehbaz Sharif, primo ministro del Pakistan, il Paese che si starebbe ponendo come mediatore tra gli Usa e l’Iran, a cui avrebbe fatto pervenire la proposta di pace americana in 15 punti, che sarebbe stata rigettata. “I nostri sforzi sono in corso”, ha confermato Badr Abdelatty, ministro degli Esteri dell’Egitto, altro Paese coinvolto nel fronte dei mediatori, così come la Turchia.
Israele, secondo le indiscrezioni riportate dalla stampa, pare temere che una tregua possa essere raggiunta già nel fine settimana, per quanto il Pentagono avrebbe autorizzato l’invio di duemila paracadutisti nel Golfo Persico per mantenere aperte tutte le opzioni, inclusa una limitata offensiva di terra. Secondo il New York Times, Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, avrebbe istruito le proprie forze armate a distruggere il maggior numero di industrie militari iraniane nelle prossime 48 ore.
Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento di Teheran, ha esortato il nemico a non colpire una certa isola iraniana, molto probabilmente il terminale petrolifero di Kharg, per evitare un’ondata di attacchi alle infrastrutture critiche della regione.
La guerra, nel frattempo, prosegue. L’esercito iraniano ha affermato di aver sparato missili da crociera nella direzione della portaerei statunitense Abraham Lincoln e di averla “costretta a cambiare posizione” e ha evocato di “potenti attacchi” quando la flotta sarebbe entrata nel raggio d’azione.
Israele, da parte sua, ha affermato di aver colpito obiettivi a Teheran, nonché un impianto di sviluppo di sottomarini nella città centrale di Isfahan. Nel frattempo rimane chiuso lo Stretto di Hormuz, fondamentale arteria economica mondiale attraverso la quale passano forniture di idrocarburi e fertilizzanti vitali per numerosi Paesi che, se il blocco proseguirà, si troveranno in difficoltà con gli approvvigionamenti essenziali.
L’Iran spera che gli Usa cedano alle pressioni esterne il prima possibile. E, in caso di escalation, è pronto a mobilitare gli Houthi dello Yemen perché fermino anche lo stretto di Bab el-Mandeb, che collega l’Oceano Indiano al Mar Rosso e al Canale di Suez. Per l’economia mondiale sarebbe uno scenario da incubo.
Intanto gli Stati Uniti hanno ordinato il dispiegamento in Medio Oriente di circa 2.500 soldati americani dell’82esima Divisione Aviotrasportata, secondo quanto riferito ad Al Jazeera da un funzionario del Dipartimento della Difesa. Le forze destinate al dispiegamento includono comandanti ed elementi di supporto logistico della 1ª Brigata di combattimento della divisione.
Gli Usa, inoltre, rivendicano la forza delle operazioni militari in Iran. Secondo Brad Cooper, che dirige il comando militare americano per il Medio Oriente (Centcom), “ad oggi, abbiamo danneggiato o distrutto più di due terzi degli impianti di produzione di droni e missili e dei cantieri navali iraniani, e non abbiamo ancora finito”.
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