Minneapolis, il giorno dopo: la versione ufficiale e i video che non tornano

by | Jan 8, 2026 | CRONACA, PRIMOPIANO, USA


Scuole chiuse, barricate improvvisate e proteste che si estendono a livello nazionale


Minneapolis entra nel giorno dopo senza silenzio né tregua. La notte ha lasciato strade presidiate, candele accese sulla neve e una città che si muove con cautela, come se ogni angolo potesse diventare un nuovo punto di frizione. A ventiquattr’ore dall’uccisione di Renee Nicole Good da parte di un agente dell’Immigration and Customs Enforcement, la frattura è ormai evidente, tra ciò che le autorità federali affermano e ciò che le immagini mostrano.

Renee Nicole Good (Ph: ANSA)

A rendere ancora più tesa la giornata è arrivata subito anche la notizia dello scontro istituzionale sulle indagini. Il Minnesota Bureau of Criminal Apprehension ha reso noto di essere stato escluso dall’inchiesta dopo una decisione dell’ufficio del procuratore federale, che ha affidato il caso esclusivamente all’FBI. Privato dell’accesso alle prove, ai testimoni e alla scena del crimine, l’ufficio investigativo statale ha annunciato il proprio ritiro, spiegando di non poter garantire un’indagine indipendente e trasparente secondo gli standard richiesti dalla legge del Minnesota.

Il baricentro della protesta si è così spostato nel centro cittadino. Davanti al Bishop Henry Whipple Federal Building, sede di uffici federali, i manifestanti si sono radunati per denunciare l’operazione dell’ICE e la morte della donna. Qui la tensione è salita, con l’intervento della polizia, l’uso di gas lacrimogeni e almeno un arresto. Nel quartiere residenziale dove il giorno prima erano stati esplosi i colpi, invece, il clima è rimasto diverso, più raccolto e cupo, fatto di veglie spontanee, fiori, messaggi lasciati sull’asfalto e barricate improvvisate erette dai residenti per presidiare l’area.

Per ragioni di sicurezza, tutte le scuole pubbliche di Minneapolis resteranno chiuse fino alla fine della settimana.

Sul piano politico, il giorno dopo è quello dello scontro aperto. L’amministrazione federale continua a difendere l’operato dell’agente. Il presidente Donald Trump ha parlato di autodifesa, definendo “orribili” le immagini ma sostenendo che l’agente ha agito per salvare la propria vita. Una linea condivisa dalla segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem, secondo cui la donna avrebbe interferito con un’operazione federale e usato il veicolo come un’arma. Il vicepresidente JD Vance ha difeso l’agente parlando di legittima difesa e di un’operazione ostacolata, una lettura che scarica la responsabilità sulla vittima e che contrasta con i video circolati online.

A queste affermazioni ha risposto duramente Hakeem Jeffries, che ha definito l’uccisione di Renee Good un “abominio” e una “vergogna”. Il leader democratico alla Camera ha accusato l’amministrazione di aver promosso una politica estrema, parlando di “sangue sulle mani” di chi ha alimentato questo clima, e ha respinto come false le accuse secondo cui la donna sarebbe stata una terrorista interna o un’agitatrice.

A Minneapolis, la versione federale viene respinta con durezza anche dalle autorità locali. Il sindaco Jacob Frey ha parlato di un abuso sconsiderato del potere dei federali, sostenendo che i video mostrano una dinamica incompatibile con la legittima difesa.

Resta però una domanda che attraversa tutta la vicenda: chi era davvero Renee Nicole Macklin Good in quei minuti. Per l’amministrazione federale era un’attivista che interferiva con un’operazione dell’ICE. I video mostrano invece una donna al volante dopo che aveva accompagnato a scuola il figlio più piccolo, su una strada innevata e bloccata dagli agenti, che tenta di allontanarsi dopo l’ordine di scendere dall’auto. Nell’auto non sono stati trovati cartelli né volantini contro l’ICE e finora non risulta alcun contatto della donna con ambienti estremisti o movimenti organizzati.

Il governatore Tim Walz ha confermato di aver allertato la Guardia Nazionale e mobilitato risorse della Polizia di Stato, mentre le proteste si estendono anche ad altre città del Paese.

Il giorno dopo, Minneapolis rimane sospesa tra due racconti opposti. Da una parte le dichiarazioni ufficiali, dall’altra i video, le testimonianze e un’indagine che esclude le autorità locali. In mezzo, una città chiusa, tesa, e una domanda che continua a salire dalle strade fino a Washington: chi sta raccontando la verità, e perché.

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