6,6 milioni di italiani all’estero. Il problema non è partire, è non tornare

by | Sep 6, 2026 | italiani nel mondo, Italy, POLITICS, PRIMOPIANO

L'Huffington Post

Un fenomeno, quello dei cervelli in fuga, che mi è tornato in mente leggendo gli ultimi dati Istat

6 min di lettura

6,6 milioni di italiani all’estero. Il problema non è partire, è non tornare© fornito da HuffPost Italia

Ma tu, alla fine, quando torni? È una domanda che facciamo spesso a chi vive fuori dall’Italia. A un amico, a un figlio, a un ex compagno di università. E quasi sempre la facciamo dando per scontato che prima o poi tornerà, semplicemente perché nella nostra testa pensiamo: vai fuori, fai esperienza, migliori la lingua, trovi magari un lavoro che qui non avresti trovato. Poi però torni a casa. Intanto, gli anni passano e quel ragazzo trova un altro lavoro, prende una casa, conosce qualcuno e mette su famiglia. E quella che noi continuiamo a chiamare “esperienza all’estero” è diventata, molto semplicemente, la sua vita.

Un fenomeno, quello dei cervelli in fuga, che mi è tornato in mente leggendo gli ultimi dati Istat: alla fine del 2025, gli italiani che vivevano abitualmente all’estero erano 6 milioni e 604 mila, 183 mila in più rispetto all’inizio dell’anno. Nel corso del 2025 sono espatriati 109 mila cittadini italiani e ne sono rientrati circa 56 mila. Ovviamente, non possiamo mettere 6,6 milioni di persone dentro la solita definizione dei “cervelli in fuga”. Quel numero comprende storie, generazioni e situazioni completamente diverse. Però, c’è un dato che mi ha colpito più degli altri, l’età di chi parte. I dati dicono che i giovani in uscita dall’Italia, nel 2025, hanno 34 anni e più di un terzo degli espatriati ha tra i 25 e i 34 anni. Cioè, proprio l’età in cui dovresti cominciare a capire dove vuoi stare, trovare un lavoro che non sia l’ennesima soluzione temporanea, pensare a una casa e, se lo desideri, a una famiglia. E molti decidono di farlo altrove.

Stiamo sbagliando la domanda?Italiani nel mondo

Proprio in questi giorni, Giorgia Meloni, parlando a Policoro, ha affrontato il problema. La premier ha ricordato i risultati economici e occupazionali del Mezzogiorno e gli investimenti della Zes Unica, ma ha anche parlato dei troppi ragazzi che se ne vanno: giovani che formiamo qui, investendo risorse nella loro istruzione, e che poi utilizzano altrove quello che hanno imparato.

La presidente del Consiglio ha detto che questa sarà “la prossima priorità”. Il problema della fuga dei giovani è stato riconosciuto. La parte difficile viene dopo: capire cosa fare davvero per arginare il fenomeno. Personalmente, ritengo che continuare a parlare semplicemente di “cervelli in fuga” ci aiuti poco. Amiamo parlare per metafore, ma- parliamoci chiaramente- non partono dei cervelli. Partono ragazzi e ragazze con sogni e progetti da realizzare in un “altrove” che non è l’Italia.

E non partono necessariamente perché odiano la loro terra d’origine o perché sognano da sempre di vivere a Berlino. A volte, ricevono semplicemente un’offerta migliore, oppure partono per sei mesi e quei sei mesi diventano due anni, poi cinque. E nel frattempo, la vita va avanti. L’estero diventa quotidianità, quindi “casa”.  Ed è questo che spesso dimentichiamo quando diciamo che dobbiamo “farli tornare”.

Dopo dieci anni, una persona può avere un lavoro, un compagno, dei figli che vanno a scuola e una rete di amici in un altro Paese. Tornare in Italia, a quel punto, non significa semplicemente fare le valigie al contrario, ma quasi emigrare di nuovo.

Non è vero che fuori è tutto più facileItaliani nel mondo 🇮🇹 Il numero di persone di origine o discendenza italiana nel mondo 😳 Fonte: @geomapas

Evitiamo, però, di cadere nell’altro luogo comune, cioè che oltre il confine italiano si troverà il paradiso. Anzi.  Chi vive a Londra sa quanto possa essere assurdo il costo di una casa. Parigi è carissima e a Berlino trovare un appartamento è diventato complicato. Anche fuori dall’Italia ci sono precarietà, stipendi insufficienti, burocrazia e lavori deludenti. Alcuni numeri spiegano perché giovani qualificati trovino conveniente partire alla ricerca di un’azienda che ne riconosca le competenze con retribuzioni e benefit appetibili.

A gennaio 2026, il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha ricordato che un giovane laureato in Germania guadagna mediamente l’80% in più di un coetaneo italiano; in Francia il 30% in più, considerando redditi comparabili per potere d’acquisto. Una differenza del genere, a venticinque o trent’anni, pesa. Non facciamone, però, nemmeno una questione di soldi.

Conta sapere che quello che hai studiato serve a qualcosa, significa che puoi crescere professionalmente. E un giovane laureato pensa che dopo un contratto ce ne potrebbe essere uno migliore, e, finalmente- dopo anni trascorsi a specializzarti- non devi sentirti fortunato perché qualcuno finalmente ti offre uno stage. In fondo, è questo che chiedono molti ragazzi: non una vita facile, ma la possibilità di immaginarne una.

Al Sud il conto è ancora più pesanteComunità discendenti italiani nel mondo sono una risorsa ma l'Italia non le valorizza

Per quanti vivono nel Mezzogiorno questo discorso è difficile da ignorare. Nell’arco di tempo tra il 2019 e il 2025 il Sud ha perso complessivamente 150 mila giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni. Di questi, 122 mila attraverso il saldo negativo con il Centro-Nord e altri 28mila nei movimenti con l’estero.

In pratica, formiamo ragazzi a Napoli, Bari, Palermo o Cosenza e poi spesso è Milano a offrirgli la prima vera opportunità. Oppure Madrid, Berlino, Londra.

Il punto è un altro: perché dovrebbe restare? Che cosa gli stiamo offrendo per convincerlo a tornare?

Al Forum di Cernobbio è stato presentato anche uno studio di TEHA Group secondo cui negli ultimi dieci anni l’Italia ha perso oltre 300 mila cittadini qualificati. Lo stesso studio stima in 7,2 miliardi di euro ogni anno il costo sostenuto per formare i laureati che poi emigrano.

Sono cifre impressionanti che evidenziano qualcosa di ancora più duro da accettare: investiamo per formare persone che spesso trovano altrove il posto nel quale utilizzare quella formazione.

Anche le università devono farsi qualche domandaItaliani nel mondo: ecco quanti sono nazione per nazione e da dove partono | Diario di Tenerife

Le università spesso si limitano a portare uno studente fino alla laurea e a considerare concluso il proprio lavoro. Mi piacerebbe, per esempio, che ogni ateneo sapesse davvero che fine fanno i suoi laureati dopo uno, tre e cinque anni. Quanti lavorano nel settore per il quale hanno studiato? Quanti sono andati via? E soprattutto: perché?

Servirebbe un rapporto molto più stretto tra università, imprese e centri di ricerca. Non il solito stage messo lì alla fine del percorso, ma occasioni concrete di ingresso nel lavoro. E nella ricerca bisogna rendere meno accidentato il percorso di chi vuole restare.

A leggere e ultime novità, sembrerebbe che qualcosa si stia muovendo. A luglio scorso il Ministero dell’Università e l’ANAC hanno firmato un protocollo sulla trasparenza del reclutamento universitario, con criteri più chiari e misure contro conflitti di interesse e favoritismi. È un primo passo, ma certamente da solo non basta.

E poi deve cambiare il PaeseCi sono più persone di origine italiana all'estero che abitanti residenti in Italia. Secondo una ricerca realizzata con il contributo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, i discendenti italiani

Non è un problema che attiene solo alle università, ma riguarda tutta l’Italia: se alla fine un laureato trova un contratto da 1.200 euro in una città dove una stanza ne costa 700, abbiamo semplicemente spostato il problema. Lo Stato dovrebbe assicurare ai giovani, ma non solo ai laureati, stipendi iniziali più dignitosi e contratti che permettano di fare programmi per il futuro, per formare una famiglia o semplicemente per permettersi un tetto sulla testa. Ci vorrebbero più investimenti stabili nella ricerca e case accessibili nelle città universitarie, servizi per chi decide di avere figli.

E, soprattutto, servono percorsi seri per chi vuole tornare, perché partire non è una sconfitta. E’ certamente una scelta sofferta, ma consapevole.

Un ragazzo che studia in Italia e trascorre cinque anni in un laboratorio americano può tornare con competenze che qui non avrebbe mai potuto acquisire. Il problema nasce se, quando prova a rientrare, scopre che quell’esperienza conta meno di quanto immaginasse o che deve ricominciare quasi dall’inizio.

Non dobbiamo convincere i giovani a non partire, perché ognuno di loro ha diritto a realizzare i propri sogni, a fare esperienze formative importanti; ma dobbiamo fare in modo che partire non significhi necessariamente andarsene per sempre. Anche perché mentre tutto questo accade l’Italia continua a invecchiare e a perdere popolazione: anche questa è crisi demografica, non solo quando i bambini non nascono.Rapporto italiani nel Mondo: 5,5 milioni vivono fuori dal Paese – Gazzetta d'Alba – Dal 1882 il settimanale di Alba, Langhe e Roero

Per questo trovo importante che la Premier Meloni abbia indicato il problema dei giovani che se ne vanno come una priorità del Governo. Adesso, però, servono risultati che si possano vedere: tra qualche anno dovremmo poterci chiedere quanti giovani laureati siamo riusciti a trattenere e quanti sono tornati, oppure quanti ricercatori stranieri hanno scelto, invece, di venire qui.

E possiamo continuare a chiedere a chi vive a Londra, Berlino o Madrid: quando torni? Ma sarebbe più utile e significativo porre la domanda a noi stessi: se fossimo al loro posto, oggi, torneremmo?.

Privacy Overview

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.