L`Italia e un Paese tropicalizzato che lascia spazio al mango e all’avocado

Si parla spesso di adattamento perché è un elemento indispensabile della strategia per fronteggiare la crisi climatica. Ma se per adattamento si intende solo l’adeguarsi ai mutamenti che sono sotto i nostri occhi, il problema non viene risolto: ondate di calore, stagioni di siccità ed eventi meteo estremi peggioreranno in assenza di misure rapide ed efficaci per tagliare le emissioni serra. Bisogna ridurre il rischio proiettandolo nel futuro vicino e creando difese flessibili.
Come attrezzarsi?
“La difesa dell’agricoltura è una priorità perché parliamo di un settore strategico che vale più di 80 miliardi di euro e che contribuisce a disegnare i profili paesaggistici che da secoli rendono l’Italia una meta turistica ambita: questo obiettivo richiede interventi importanti e strutturali”, risponde Stefano Masini, responsabile dell’Area Ambiente e Territorio di Coldiretti. “Le bonifiche del secolo scorso hanno cambiato il volto di intere aree, oggi serve un’operazione analoga: questa volta non si tratta di togliere acqua ma di conservarla. Bisogna creare un sistema di invasi per custodire una parte dell’enorme volume di piogge che arriva sempre più spesso in forma violenta. E nello stesso tempo rafforzare il ciclo della depurazione e del riuso plurimo dell’acqua che resta da tempo inspiegabilmente ridotto: è una grande potenzialità che non può più essere sprecata. Oggi la scarsa disponibilità idrica sta già creando conflitti tra i vari tipi di uso. Sono conflitti che se non costruiamo alternative, anche migliorando i sistemi di irrigazione con il goccia a goccia e le tecnologie innovative, si aggraveranno”.
In passato la costruzione di grandi invasi per l’acqua ha avuto spesso un segno ambientale discutibile. L’impatto sul territorio e i problemi legati all’evaporazione hanno attirato le critiche. “Ma oggi la logica è cambiata: l’attenzione agli equilibri ecosistemici è alta”, continua Masini. “Io penso che bisogna realizzare questi impianti dimensionandoli in maniera corretta sul territorio. In questo modo possono aiutare la difesa della biodiversità perché creano nuovi specchi di acqua. E l’evaporazione può essere ridotta coprendoli con un fotovoltaico galleggiante e ottenendo così un buon risultato anche in termini di energia pulita”.
Serve più acqua ma anche un suolo più sano, più capace di autodifesa di fronte a malattie e agenti patogeni che diventano più aggressivi con il caldo. “Bisognerà senza dubbio realizzare piccoli invasi per intercettare una parte delle piogge”, aggiunge Maria Grazia Mammuccini, presidente di Federbio. “Ma non possiamo immaginare di risolvere un problema di queste dimensioni lavorando solo sul lato dell’offerta idrica. È necessario agire anche sulla leva della domanda, cioè diminuire il fabbisogno. E l’approccio agroecologico può fare la differenza: i campi bio hanno in media il 26% di humus in più e il 40% in più di capacità di trattenere l’acqua”.
Dati che derivano da una maggiore capacità di difendere la fertilità e la vitalità del suolo. “Questo elemento oggi è diventato ancora più importante di prima”, spiega Maria Grazia Mammuccini. “L’uso massiccio della chimica di sintesi nei campi ha infatti provocato un progressivo inaridimento dei terreni e ora questa debolezza viene moltiplicata dalla pressione climatica. Così chi coltiva i campi in modo convenzionale si trova un doppio svantaggio: ha un terreno più fragile e spende di più. Già prima della guerra con l’Iran gli agricoltori biologici spendevano il 38% in meno di quelli convenzionali per i mezzi tecnici, cioè i concimi e gli antiparassitari. Ora a causa del conflitto il prezzo dei concimi e dei pesticidi di sintesi è balzato in alto e questo differenziale è molto cresciuto”.
Tra le proposte avanzate dal mondo bio c’è il rafforzamento della biodiversità attraverso l’aumento di alberature e siepi che possono anche essere inserite tra le colture in modo da favorire l’ombreggiamento e quindi ridurre la necessità idrica. Un’altra tecnica è quella messa a punto dall’agronomo Salvatore Ceccarelli, docente di genetica agraria all’università di Perugia e impegnato con la ricerca sul campo in varie zone aride: miscugli di sementi che si sono dimostrati capaci di adattarsi al nuovo clima.
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