Dal Corriere della Sera
Il governo di Ottawa presenta la sua rappresaglia – «dollaro per dollaro»
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Lo ha promesso il premier Mark Carney – dopo l’entrata in vigore dei nuovi dazi Usa del 50% su una serie di merci di importazione canadesi per il valore di 20 miliardi di dollari e l’annuncio di ulteriori dazi su auto, componentistica auto e acciaio canadesi, a partire dal primo gennaio. 
Assieme alla guerra commerciale, è partita una violenta guerra di insulti fra Stati Uniti e Canada. «Kiss my ass», baciami il culo, è una frase ormai sdoganata da Trump nel linguaggio anti-diplomatico del Nord America. Stavolta, però, è contro di lui che l’ha usata Doug Ford, il premier (conservatore) dell’Ontario, la provincia più popolosa e più duramente colpita dai dazi Usa, dove ha sede la «motor valley» canadese, sede dei principali stabilimenti della filiera automobilistica del Nordamerica, da Ford a Stellantis, da General Motors a Toyota, tutti in qualche modo travolti dalla crisi.
Ford ha definito Trump «un tiranno» e «il re dei falliti». «È il tipo di ragazzo a scuola che ti prende i soldi del pranzo un giorno, ti toglie il cappello dalla testa il giorno dopo e poi ti ruba le scarpe da corsa», ha detto in una intervista Tv. Immediata la replica del tycoon che, tra vari epiteti, ha definito lui e Carney dei «clown» e ha pure minacciato di cambiare il nome del lago Ontario in «Lago America».
Al di là delle parole, le ritorsioni canadesi potrebbero fare davvero male agli Usa, o almeno a parte della sua popolazione. Ford ha minacciato, ad esempio, un boicottaggio energetico. E il premier federale Mark Carney non lo ha corretto, per ora. Il Canada fornisce il 63% delle importazioni di petrolio degli Stati Uniti, pari a circa un quinto della domanda, il 99% delle importazioni di gas naturale e ben l’80-85% dell’import di energia elettrica, attraverso Michigan, Minnesota e New York.
Ford ha rassicurato i lavoratori e le loro famiglie sul fatto che il governo provinciale proteggerà «posti di lavoro e stipendi» dei lavoratori ma ha anche affermato che non è escluso un potenziale sovrapprezzo sull’elettricità inviata dall’Ontario agli Stati Uniti o l’interruzione delle forniture di minerali critici dall’Ontario.
Il braccio di ferro Usa-Canada rischia così di diventare sempre più drammatico. Il premier Carney ha dichiarato che il suo governo tornerà al tavolo delle trattative soltanto quando gli Stati Uniti mostreranno «il giusto atteggiamento» e «rispetto». Il 76% dei canadesi, secondo l’ultimo sondaggio, appoggia la sua decisione di interrompere i negoziati commerciali con il prepotente vicino del Sud.
Il ministro del Commercio, Dominic LeBlanc, ha affermato che «abbiamo sempre avuto un piano B» nel caso in cui l’accordo con gli Stati Uniti non si concretizzasse. Non tutte le province sono però pronte ad allinearsi a misure estreme. La premier dell’Alberta, Danielle Smith, ha escluso
categoricamente l’interruzione delle forniture di petrolio e gas agli Stati Uniti come contromisura alle minacce commerciali. L’Alberta è la principale produttrice di combustibili fossili del Canada e ad ottobre nella provincia occidentale si terrà un referendum per valutare una possibile futura secessione, opzione che per ora non gode di ampio sostegno ma che rappresenta comunque un rischio per l’unità federale di cui Carney deve senz’altro tener conto. «Come ho già detto in passato, interrompere le esportazioni di energia dell’Alberta verso gli Stati Uniti sarebbe estremamente dannoso per i canadesi e non è un’opzione praticabile», ha affermato Smith in una dichiarazione a CBC News.
La guerra commerciale agita anche il francofono Québec, dove ad ottobre si terranno le elezioni provinciali. Carney ha spiegato che i negoziatori americani in fase di trattativa hanno contestato i sussidi canadesi alla cultura francese e l’obbligo di etichette bilingue sui prodotti venduti in Canada. Christopher Skeete, ministro della Francofonia e delle relazioni internazionali del Quebec, ha dichiarato alla CBC che «dal nostro punto di vista, questa è una linea rossa. Non vogliamo essere omogeneizzati o assimilati alla cultura americana».
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