L’appello partito dall’Australia e rivolto al Presidente Mattarella apre una questione che va oltre la riforma del voto estero: quando la geografia diventa politica, la riduzione delle ripartizioni della Circoscrizione Estero rischia infatti di aumentare la distanza tra gli eletti e le comunità italiane sparse nel mondo. Non si tratta soltanto di stabilire quanti seggi assegnare, ma di garantire una rappresentanza realmente vicina ai cittadini, capace di conoscere le esigenze dei territori e di mantenere un rapporto diretto con le comunità. L’appello chiede quindi alla politica e alle istituzioni di ascoltare gli italiani all’estero prima di modificare una struttura che incide sul loro diritto a essere rappresentati.
Pier Francesco Corso

C`e` una parola che in questa vicenda rischia di essere dimenticata: distanza. Non la distanza diplomatica tra l’Italia e l’Australia, ma quella concreta tra un cittadino e chi dovrebbe rappresentarlo.
L’appello promosso da Sydney e rivolto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella chiede di tutelare il rapporto tra le comunità italiane all’estero e la loro rappresentanza parlamentare. La questione nasce dalla riforma che riduce le attuali quattro ripartizioni della Circoscrizione Estero a due alla Camera e una al Senato.
Fermarsi a questo dato, però, significherebbe non comprendere il problema più profondo. Rappresentare un italiano di Sydney non significa necessariamente rappresentare un italiano di Perth, Buenos Aires o Toronto. La cittadinanza è la stessa, ma le comunità hanno storie, dimensioni, problemi e rapporti con l’Italia profondamente differenti. Ed è proprio questa specificità territoriale che rischia di diventare invisibile quando territori immensi vengono riuniti dentro contenitori elettorali sempre più grandi.
Il paradosso è evidente: mentre le istituzioni invitano gli italiani all’estero a partecipare alla vita delle comunità e al voto dei Comites per rafforzare la rappresentanza, il Parlamento discute contemporaneamente una diversa configurazione della rappresentanza politica nazionale. Non è una contraddizione giuridica quanto , ma quanto accaduto merita certamente il doversi porre una domanda a carattere squisitamente politico. Quanto può essere grande una circoscrizione prima che la rappresentanza cominci a perdere il volto delle persone?
È questo l’argomento meno esplorato dell’intera discussione. Non soltanto quanti seggi, dunque, ma quanta prossimità. Non soltanto quanti elettori, ma quanto territorio. Non soltanto come distribuire i candidati, ma quanto sia realisticamente possibile per un candidato conoscere e frequentare comunità separate da migliaia di chilometri.
Il CGIE-Consiglio Generale degli italiani all’Estero ha già chiesto di tutelare la rappresentanza territoriale e di preservare il sistema delle preferenze. Anche l’iniziativa australiana dei Comites ha posto l’accento sul rapporto diretto tra eletti e comunità. Ora l’appello al Quirinale introduce un ulteriore elemento: chiedere che una modifica tanto delicata sia osservata anche attraverso la lente dell’effettività della rappresentanza.
È una richiesta che merita ascolto, indipendentemente dalle appartenenze politiche di chi la sostiene. Gli italiani nel mondo non sono un capitolo della politica estera e nemmeno una semplice voce statistica dell’AIRE. Sono cittadini della Repubblica. Una Repubblica che vuole continuare a considerarli parte integrante della propria comunità nazionale dovrebbe preoccuparsi non soltanto di garantire il loro voto, ma anche di rendere credibile il percorso che porta quel voto alla rappresentanza
. L’appello australiano può diventare qualcosa di più di una protesta contro una riforma. Perché se la politica pretende di ridurre milioni di cittadini a una casella elettorale, non sta semplificando la rappresentanza: la sta svuotando. E quando la distanza diventa il criterio con cui si governa il voto degli italiani nel mondo, il problema non è più geografico: è democratico.
Pier Francesco Corso
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