Il dibattito politico in Italia si arricchisce periodicamente di slanci patriottici e decreti volti a difendere l`identità nazionale.
di Nello Passaro
Il dibattito politico in Italia si arricchisce periodicamente di slanci patriottici e decreti volti a difendere lidentità nazionale. Lultima misura allo studio del governo ne è la prova plastica: l`introduzione di sanzioni e multe per i genitori immigrati che non si impegnano a far apprendere la lingua italiana ai propri figli. Una linea di severità
assoluta, giustificata con la necessità di una reale integrazione culturale sul territorio nazionale.
A questo punto, sorge spontanea una provocazione: non sarà mica che l`attuale governo patriottico stia pensando di multare in blocco anche tutti coloro che — sia all`estero che in Italia — non comprendono e non parlano correttamente l`italiano, pur essendo in pieno possesso della cittadinanza?
Se si volesse applicare lo stesso rigore identitario oltre i confini della penisola, ci si imbatterebbe infatti in una contraddizione macroscopica e imbarazzante. Mentre a Roma si minacciano sanzioni per chi non impara l`italiano, lo Stato centrale sta progressivamente tagliando i viveri e abbandonando al proprio destino l`insegnamento della nostra lingua proprio a coloro che la cittadinanza italiana la possiedono già per diritto di nascita: i figli e i nipoti dei sei milioni di connazionali residenti all`estero.
I corsi di lingua e cultura italiana nel mondo, storicamente gestiti dagli enti promotori locali e dai COMITES, stanno attraversando una crisi senza precedenti. Il motivo è puramente politico: l`instabilità cronica dei fondi statali. Le risorse destinate alla diffusione della nostra cultura arrivano oltreconfine a singhiozzo, in quantità ridotte e con tempi burocratici così incerti da rendere impossibile qualsiasi programmazione
didattica seria.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una platea sterminata di giovani cittadini italiani, nati a Londra, Berlino, Buenos Aires o Sydney, che non parlano una parola di italiano.
Non per mancanza di volontà o di legame con la patria delle radici, ma perché lo Stato ha smesso di considerare la lingua come un investimento strategico, declassandola a un costo da sforbiciare nei bilanci dei ministeri romani.
Siamo davanti a un doppio standard inaccettabile. Da un lato si punisce chi, arrivando in Italia, incontra difficoltà strutturali nelapprendimento; dallaltro si privano i nostri stessi figli all'estero degli strumenti minimi per mantenere vivo il cordone ombelicale con la terra dei padri. Se la lingua è il veicolo primario dell`identità, allora la sua tutela non può essere a geometria variabile.
Finché la gestione della nostra cultura nel mondo dipenderà dai bilanci ballerini e dal disinteresse della politica romana, la nostra rimarrà una rappresentanza labile e di serie B. È anche da questa totale assenza di visione che nasce la necessità urgente di un Parlamento degli Italiani all`Estero: un organo autonomo capace di sottrarre la scuola, la cultura e l`identità dei nostri figli oltreconfine alle miopi logiche di cassa dei governi di passaggio a Roma.
Con questa aggiunta il pezzo ha una forza retorica eccezionale.
L`alba è ormai sorta. ProQuesto articolo proviene dal nostro collaboratore dalla Germania Nello Passaroceda pure a copiare questo testo e a farlo partire dalla Sua e-mail privata, insieme alle 4 lettere istituzionali dal Suo indirizzo comitato.promotore@web.de.
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