:Il 42 per cento può diventare la chiave per trasformare una vittoria relativa in una maggioranza fortissima. Premio, liste bloccate, candidato premier e ridisegno del voto estero preparano un Parlamento diverso. E se quella maggioranza arrivasse a eleggere anche il Presidente della Repubblica, la partita non sarebbe più soltanto chi governa: sarebbe chi controlla il Governo, chi arbitra le crisi e chi tiene in mano le leve del Quirinale. Giuseppe Maranini, il noto giurista-costituzionalista che fece della lotta alla partitocrazia uno dei bersagli centrali della sua riflessione, avrebbe forse parecchio da dire.
La Camera ha approvato la nuova legge elettorale con 217 voti favorevoli, 152 contrari e due astensioni. Il testo deve ora passare al Senato e, se approvato anche da Palazzo Madama, cambierebbe profondamente il meccanismo con cui una vittoria elettorale può trasformarsi in una robusta maggioranza parlamentare.
Il punto più vistoso è il premio di maggioranza. Alla Camera, la coalizione o lista che raggiunga almeno il 42 per cento dei voti può ottenere 70 seggi aggiuntivi, con un tetto massimo di 220 deputati.
Al Senato il premio sale a 35 seggi, con un tetto di 113 senatori.
Il requisito del 42 per cento deve però essere raggiunto in entrambi i rami del Parlamento; in caso contrario il premio non scatta e il sistema torna sostanzialmente proporzionale.
Niente ballottaggio, dunque. Niente secondo giro per scoprire chi abbia davvero vinto. Si supera la soglia, se ne rispettano le condizioni e arriva il premio.
Una specie di gratta-e-vinci elettorale: 42 per cento alla cassa, e sotto il biglietto possono comparire 105 seggi supplementari.
Naturalmente il 42 per cento non significa automaticamente che la coalizione vincente disporrà della maggioranza assoluta dell’Assemblea che elegge il Presidente della Repubblica. Dipenderà dalla distribuzione effettiva dei voti e dei seggi.
Ma è proprio questa la questione politicamente interessante: un sistema premiale può trasformare una maggioranza relativa di voti in una maggioranza parlamentare molto più consistente.

E qui la legge elettorale smette di essere soltanto una faccenda da addetti ai lavori.
Perché il Presidente della Repubblica non viene eletto direttamente dagli italiani. L’articolo 83 della Costituzione affida l’elezione al Parlamento in seduta comune, integrato dai delegati regionali. Nei primi tre scrutini occorrono i due terzi; dal quarto basta la maggioranza assoluta.
E allora il percorso comincia ad assumere una forma curiosamente lineare: elezioni, premio, maggioranza parlamentare, quarto scrutinio, maggioranza assoluta.
Non è una scorciatoia costituzionale verso il Quirinale, sia chiaro. Ma può diventare una condizione politica assai favorevole per chi, dopo aver conquistato Palazzo Chigi, pensasse anche alla possibilità di giocare un ruolo determinante nella successiva elezione del Presidente della Repubblica.
La riforma aggiunge poi un altro ingrediente. Le liste e le coalizioni devono indicare il candidato che intendono proporre al Presidente della Repubblica come Presidente del Consiglio.
Il meccanismo rafforza così la personalizzazione della competizione elettorale: l’elettore non si limita a scegliere un partito o una coalizione, ma trova sulla scheda anche il nome di chi quella coalizione indica per Palazzo Chigi.
Il particolare curioso è che il candidato premier viene indicato politicamente dagli elettori, ma la Costituzione continua a stabilire che il Presidente del Consiglio sia nominato dal Presidente della Repubblica.
L’articolo 92 della nostra Costituzione, infatti, non è stato cancellato dal nuovo sistema elettorale. Dunque il vincitore delle elezioni può arrivare a Palazzo Chigi con una fortissima legittimazione politica, ma la chiave costituzionale della nomina resta nelle mani del Quirinale.
E qui comincia il secondo capitolo della storia.
Perché mentre si rafforza il rapporto diretto fra elettore, coalizione e candidato premier, la riforma interviene anche sulla rappresentanza degli italiani nel mondo.
Le attuali quattro ripartizioni della Circoscrizione Estero vengono ridotte a due per la Camera e a una sola circoscrizione mondiale per il Senato. Gli italiani residenti all’estero continuano a eleggere complessivamente 12 parlamentari, ma la geografia attraverso la quale li eleggono viene radicalmente modificata.
È un cambiamento che non può essere liquidato come una semplice operazione cartografica.
Ridurre quattro grandi aree territoriali, a due alla Camera e addirittura a una sola al Senato, significa concentrare enormemente la competizione elettorale. E quando i seggi sono soltanto dodici, ogni modifica della distribuzione territoriale può produrre effetti politici assai rilevanti.
Non è necessario evocare complotti per comprendere il problema.
Basta osservare come funzionano le elezioni quando i seggi sono pochissimi e alcune organizzazioni politiche dispongono di strutture consolidate in specifiche aree dell’emigrazione più intensive.
Il rischio è che la rappresentanza di comunità italiane diverse per storia, consistenza numerica e organizzazione politica venga compressa dentro collegi territorialmente giganteschi, nei quali la capacità organizzativa può pesare enormemente.
E qui entra in scena anche un piccolo giallo parlamentare che merita di essere lasciato aperto, senza la fretta di trasformare una ricostruzione giornalistica in una verità certificata.
Alcune ricostruzioni hanno indicato tra i firmatari dell’emendamento sulla riduzione delle ripartizioni Estero Augusta Montaruli di Fratelli d’Italia, Simona Bordonali della Lega, Paolo Emilio Russo di Forza Italia e Franco Tirelli di Noi Moderati. La ricostruzione è stata riportata, tra gli altri, da Open e 9Colonne.
Poi è arrivata una smentita. Dal MAIE è stato sostenuto che Tirelli quell’emendamento non lo avrebbe firmato.
Una successiva ricostruzione (Aise, 9 Colonne) ha inoltre prospettato che nella versione definitiva la firma di Tirelli sarebbe stata sostituita da quella di Francesco Saverio Romano, anch’egli di Noi Moderati.
E allora la domanda resta lì, sospesa:
chi ha firmato davvero l’emendamento nella sua versione definitiva?
E soprattutto: quale fu l’iter delle firme prima dell’approvazione?
Non è una curiosità per archivisti parlamentari. Quando si modifica la rappresentanza di milioni di italiani residenti all’estero e si ridisegnano le circoscrizioni nelle quali vengono eletti i loro rappresentanti, conoscere la paternità formale di una modifica non è un dettaglio.
Per ora restano le diverse ricostruzioni e rimane la necessità di distinguere rigorosamente ciò che è documentato da ciò che viene sostenuto dalle parti.
E mentre il Senato dovrà decidere se confermare o modificare questa architettura, conviene riaprire un libro che sembra scritto per un’altra Repubblica e invece torna sorprendentemente attuale.
Quello di Giuseppe Maranini, noto giurista-costituzionalista e acuto studioso della partitocrazia italiana.
Maranini denunciò con particolare durezza il fenomeno della partitocrazia, arrivando a definire il sistema dei partiti come una forma di potere capace di condizionare le istituzioni fino a diventare, nella sua celebre formula, «il tiranno senza volto».
La sua riflessione non si fermava però alla denuncia. Maranini sosteneva la necessità di rafforzare i contrappesi istituzionali e di valorizzare in modo più incisivo i poteri del Presidente della Repubblica. Il Capo dello Stato, nella sua lettura, non doveva ridursi a un semplice notaio delle decisioni assunte dai partiti.
Ed è proprio qui che l’ipotesi diventa politicamente esplosiva.
Perché la Presidenza della Repubblica non è soltanto il più prestigioso incarico della Repubblica italiana. È un organo dotato di poteri costituzionali concreti e importanti.
Il primo è quello previsto dall’articolo 92 della Costituzione: il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio e, su proposta di quest’ultimo, i ministri. Non significa scegliere liberamente il Governo, perché il Governo deve ottenere la fiducia delle Camere. Ma non significa neppure che il Quirinale sia solo e sempre un semplice notaio.
Il secondo è il potere di rinvio delle leggi previsto dall’articolo 74 della nostra Costituzione.
Il Presidente può chiedere alle Camere una nuova deliberazione. Non è un veto assoluto: se il Parlamento approva nuovamente la legge, il Presidente deve promulgarla. Ma è una leva costituzionale capace di costringere una maggioranza a fermarsi, rileggere e assumersi nuovamente la responsabilità della propria decisione.
Il terzo è forse il più politicamente delicato: l’articolo 88 della Costituzione attribuisce al Presidente il potere di sciogliere le Camere, sentiti i loro Presidenti.
Non è un bottone rosso da premere quando la maggioranza non piace. Ma, nelle crisi nelle quali non sia possibile formare una maggioranza capace di governare, può diventare una leva decisiva.
Poi ci sono le consultazioni per la formazione dei Governi, le nomine previste dalla Costituzione, la presidenza del CSM-Consiglio Superiore della Magistratura, la presidenza del Consiglio supremo di difesa, le funzioni in materia di politica estera e di Forze armate, la promulgazione delle leggi e il potere di concedere la grazia.
Non sono poteri presidenziali assoluti. Ma sono poteri che, letti secondo una concezione interventista, come quella attribuita da Maranini al ruolo del Capo dello Stato, possono trasformare il Quirinale da luogo di rappresentanza a centro istituzionale di equilibrio e di controllo. E qui nasce il paradosso.
Maranini combatteva la partitocrazia perché temeva che i partiti finissero per occupare le istituzioni. Ma se una maggioranza politica molto forte producesse un Governo stabile e successivamente riuscisse a portare al Quirinale una figura proveniente dalla medesima area politica, il problema non sarebbe più soltanto quello della forza del Governo.
Sarebbe quello della concentrazione della filiera politica.
Dalle urne al Governo. Dal Governo alla maggioranza parlamentare. Dalla maggioranza parlamentare all’elezione del Presidente della Repubblica. E dal Quirinale, poi, ai poteri di nomina del Governo, di rinvio delle leggi, di gestione delle crisi e, nei casi previsti dalla Costituzione, di scioglimento delle Camere.
Non sarebbe il presidenzialismo. Non sarebbe nemmeno, automaticamente, una violazione della Costituzione.
Sarebbe qualcosa di più sottile e forse proprio per questo meritevole della massima attenzione: una concentrazione politica costruita attraverso meccanismi formalmente distinti ma collegati dagli stessi rapporti di forza parlamentari.
E qui gli italiani nel mondo tornano ad avere un peso che non dovrebbe essere dimenticato.
Dodici parlamentari possono sembrare pochissimi nell’enorme Parlamento italiano.
Ma in una maggioranza costruita sul filo dei numeri, pochi parlamentari possono diventare preziosissimi.
Il loro voto può incidere sulla maggioranza, sulle commissioni, sugli equilibri interni e sulle successive partite istituzionali.
Per questo la riduzione delle ripartizioni Estero merita di essere valutata non soltanto con il righello geografico, ma con la lente politica della rappresentanza.
E se il Senato vorrà davvero correggere i possibili squilibri della riforma, avrebbe davanti almeno alcune strade: ridimensionare il premio di maggioranza oppure alzare la soglia necessaria per ottenerlo; evitare che una maggioranza relativa possa trasformarsi in una maggioranza parlamentare sproporzionata proprio nell’assemblea che elegge il Capo dello Stato; ripensare il sistema delle liste bloccate; e soprattutto riconsiderare la nuova geografia della Circoscrizione Estero, ripristinando una rappresentanza territoriale più equilibrata degli italiani nel mondo.
Perché la stabilità di governo è una cosa seria. Ma altrettanto seria è la stabilità dei contrappesi.
Maranini combatteva il «tiranno senza volto».
La domanda che la nuova legge elettorale consegna al Senato è allora semplice, anche se tutt’altro che innocente: stiamo costruendo soltanto un vincitore più forte oppure un sistema nel quale il vincitore potrebbe, direttamente o indirettamente, contribuire a scegliere anche l’arbitro della partita?
Perché se alla fine la democrazia diventasse una gara a chi arriva primo per prendersi anche il premio, la maggioranza, il candidato premier e domani magari anche il Quirinale, resterebbe soltanto un problema di lessico.
E potremmo sempre dire, con rassicurante tranquillità, che non è il presidenzialismo.
È soltanto un sistema nel quale il vincitore ha avuto la fortuna di scegliere quasi tutti i giocatori della partita. Compreso, forse, anche quello dell’arbitro.
Pier Francesco Corso
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