C’è un piccolo paradosso nel grande progetto di Futuro Nazionale
Mentre Futuro Nazionale costruisce identità, struttura e programma,
c’è un’Italia che sembra essere rimasta fuori dalla porta:
quella dei milioni di cittadini che vivono stabilmente oltreconfine.
Dimenticanza? Indifferenza? O un clamoroso autogol politico?

C’è un piccolo paradosso nel grande progetto di Futuro Nazionale.
Si parla continuamente di Nazione, identità e italiani.
Si parla di sovranità, confini, futuro e orgoglio nazionale.
Ma qualcuno dovrebbe spiegare dove finiscono gli italiani quando attraversano un confine e cominciano a vivere all’estero.
Perché l’italiano emigrato non diventa improvvisamente straniero.
Resta cittadino italiano, con diritti e doveri verso l’Italia. E soprattutto conserva un diritto molto poco simbolico: quello di votare alle elezioni politiche italiane. È proprio qui che il silenzio diventa politicamente curioso.
Futuro Nazionale sta costruendo una nuova presenza politica. Il Centro Studi Rinascimento Nazionale elabora idee e programmi.
Vannacci moltiplica interventi, incontri, dichiarazioni e interviste, trascurando o addirittura negando quelle rivolte agli italiani nel mondo.
Ma l’Italia oltre confine sembra ancora un pianeta inesplorato. Eppure gli italiani all’estero sono una realtà elettorale enorme.
Non sono una fotografia nostalgica dell’emigrazione del Novecento. Sono imprenditori, professionisti, pensionati, studenti e famiglie.
Vivono in Europa, America, Australia, Asia e in molti altri Paesi. Conoscono l’Italia forse meglio di quanto si immagini a Roma.
E seguono con attenzione ciò che accade nella politica italiana. Allora viene spontanea una domanda assai poco diplomatica:
Futuro Nazionale non ha ancora scoperto l’esistenza dell’estero? Oppure considera quel mondo politicamente irrilevante?
Sarebbe un errore curioso per un movimento che parla di Nazione. Perché una Nazione non finisce alla barriera di Ventimiglia.
E neppure all’aeroporto di Fiumicino, quando parte un volo. Gli italiani all’estero non sono cittadini di serie B.
E soprattutto non sono elettori da ricordare soltanto a Natale. Se il nuovo partito vuole davvero costruire un futuro nazionale,
dovrebbe almeno provare ad ascoltare anche questa Italia. Non servono proclami patriottici né cartoline dal Belpaese.
Servono interviste, confronti, domande e risposte concrete. Serve capire cosa pensano gli italiani che vivono oltreconfine.
E soprattutto cosa chiedono oggi all’Italia dalla quale provengono. Altrimenti il rischio è davvero quello dell’autogol perfetto:
costruire una politica nazionale dimenticando una parte della Nazione.
Sarebbe quasi comico: parlare tanto di confini e scoprire soltanto dopo le elezioni che il voto li attraversa.
Perché il futuro, caro Vannacci, potrebbe essere nazionale davvero. E per votare non serve certo il passaporto per “diventare italiani”:
basta un documento italiano e una scheda elettorale.
Forse è proprio questo il dettaglio che qualcuno dimentica quando si riempie la bocca di Nazione, ma si perde per strada un’altra grande Nazione intera, seppur collocata all’estero.
Pier Francesco Corso
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