Alla vigilia del voto conclusivo sulla nuova legge elettorale, Montecitorio prende una precauzione destinata a far discutere: gli staff dei gruppi parlamentari non potranno più sistemarsi nella tribuna centrale riservata ai giornalisti. Una decisione che arriva dopo le polemiche sulle cosiddette “vedette” durante precedenti votazioni segrete. Intanto, nei momenti decisivi, i deputati continueranno a utilizzare una vecchia pulsantiera fisica. Un dettaglio tecnico che apre una questione politica: il voto può essere segreto per il sistema elettronico, ma può esserlo altrettanto per gli occhi di chi osserva?
di Pier Francesco Corso
A Montecitorio il conto alla rovescia verso il voto finale della nuova legge elettorale passa anche da una decisione apparentemente logistica, ma tutt’altro che irrilevante. La Camera ha infatti stabilito che gli staff dei gruppi parlamentari non potranno più occupare la tribuna centrale destinata alla stampa durante le votazioni segrete. Una misura che arriva dopo le polemiche esplose nei mesi scorsi attorno alla presenza di collaboratori parlamentari nelle tribune e alle accuse di aver seguito i movimenti dei deputati durante votazioni nelle quali, formalmente, il singolo voto avrebbe dovuto restare non identificabile. Gli staff potranno eventualmente essere sistemati nelle tribune laterali, nel rispetto delle regole che vietano fotografie e riprese non autorizzate.
La decisione non modifica il funzionamento del voto segreto e non introduce una nuova norma regolamentare. Interviene però sull’ambiente nel quale quel voto viene espresso, riducendo la possibilità che dagli spazi riservati agli osservatori possano essere esercitate forme di controllo visivo sui parlamentari. Ufficialmente si tratta di una misura collegata alla tutela della regolarità delle votazioni e della riservatezza. Politicamente, tuttavia, il messaggio è più interessante: dopo le polemiche sulle “vedette”, la Camera sembra voler evitare che la segretezza del voto possa essere indebolita non dal sistema elettronico, ma dall’ambiente circostante. Non è la prova dell’esistenza di un meccanismo organizzato di controllo dei deputati e sarebbe scorretto presentarla in questi termini. È però il riconoscimento concreto che la questione della riservatezza non riguarda soltanto il modo con cui il voto viene registrato, ma anche ciò che può essere osservato mentre il parlamentare vota. Ed è proprio qui che entra in gioco un particolare tecnico destinato a diventare quasi un piccolo simbolo di questa partita. I nuovi terminali elettronici installati sui banchi dei deputati sono dotati di tecnologia touch, ma per gli scrutini segreti resta in funzione la vecchia pulsantiera fisica. Tre tasti, facilmente individuabili, attraverso i quali il parlamentare esprime materialmente la propria scelta.
Un sistema apparentemente antiquato che, paradossalmente, assume una nuova importanza proprio mentre la Camera si prepara a uno dei passaggi politicamente più delicati della riforma. Il motivo è semplice: il voto che la macchina registra come segreto può comunque essere accompagnato da un comportamento visibile a chi si trova nelle vicinanze. Da qui nasce anche il curioso ragionamento riferito in queste ore negli ambienti parlamentari: utilizzare soltanto un dito per azionare il pulsante, mostrando agli altri di aver seguito l’indicazione ricevuta dal gruppo senza rendere tecnicamente verificabile quale tasto sia stato effettivamente premuto. È un particolare che può sembrare una semplice curiosità da Transatlantico. In realtà racconta una contraddizione tipica della politica parlamentare: il sistema garantisce la segretezza del voto, mentre la disciplina dei gruppi spinge a cercare comunque una qualche forma di controllo sul comportamento dei propri deputati. Il partito può indicare una scelta, il parlamentare può manifestare esteriormente di adeguarsi, ma il sistema elettronico non consente agli altri di sapere con certezza quale voto sia stato registrato. Naturalmente, tutto questo appartiene al terreno delle possibilità e dei comportamenti ipotizzati: non consente di ricostruire il voto individuale di nessuno.
Ma è proprio questa zona grigia a rendere particolarmente interessante la sequenza parlamentare che porterà all’8 ottobre. Il primo appuntamento è già arrivato il 1° ottobre, quando le cinque pregiudiziali di costituzionalità sono state respinte con scrutinio segreto: 229 voti contrari e 151 favorevoli. Il risultato è ufficiale, mentre resta impossibile sapere come abbiano votato i singoli deputati. Nei giorni successivi il meccanismo cambia completamente. Le tre questioni di fiducia poste dal Governo sui primi tre articoli saranno votate con scrutinio nominale. In quel caso nomi, presenze e orientamento di voto saranno pubblicamente verificabili. Poi arriverà l’8 ottobre, quando il provvedimento sarà sottoposto al voto finale e tornerà protagonista lo scrutinio segreto. È questa successione a rendere particolarmente interessante il confronto. Prima un voto nel quale i singoli parlamentari non sono identificabili, poi tre votazioni nelle quali il comportamento individuale sarà pubblico e, infine, un nuovo scrutinio segreto. I numeri potranno quindi essere confrontati, le presenze potranno essere ricostruite e le eventuali differenze potranno essere analizzate.
Ma con una cautela fondamentale: dal risultato di un voto segreto non sarà possibile attribuire automaticamente la responsabilità di un eventuale dissenso a questo o quel deputato. La nuova disposizione sulle tribune e la vecchia pulsantiera raccontano, in fondo, la stessa storia. Da una parte il Parlamento cerca di proteggere materialmente la segretezza del voto; dall’altra i gruppi hanno interesse a sapere quanto sia solida la disciplina interna proprio quando il voto non può essere controllato direttamente. E così, alla vigilia dell’8 ottobre, anche una tribuna riservata alla stampa e un vecchio pulsante diventano parte della partita politica. Non perché rivelino già chi voterà cosa, ma perché mostrano quanto sia delicato, nel Parlamento della fiducia e della disciplina di gruppo, il confine tra libertà di voto e controllo politico.
Pier Francesco Corso
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