Cittadini italiani con regolare passaporto, giornalisti riconosciuti e iscritti agli albi professionali dei Paesi in cui lavorano. Eppure, per l’Ordine italiano, la loro residenza all’estero può diventare una barriera quasi insormontabile. Una norma del 1963 continua a produrre effetti nell’era digitale. E le promesse di attenzione verso gli italiani nel mondo, ancora una volta, sembrano fermarsi sulla soglia dei fatti.
Pier Francesco Corso
C’è qualcosa di profondamente paradossale nella storia degli italiani all’estero: l’Italia li considera italiani quando c’è da chiedere un voto o quando serve ricordare il valore delle nostre comunità nel mondo. Ma quando sono loro a chiedere qualcosa all’Italia, le porte possono improvvisamente diventare strette.
L’ultimo caso riguarda i giornalisti italiani residenti all’estero. Professionisti che esercitano regolarmente la loro attività, quasi sempre iscritti e riconosciuti dagli organismi professionali dei Paesi nei quali lavorano, ma che incontrano ostacoli quando chiedono di essere riconosciuti anche dall’Ordine dei Giornalisti italiano.
Il problema nasce da una normativa concepita nel 1963, in un mondo completamente diverso da quello di oggi. Internet non esisteva, le redazioni erano fisicamente nei luoghi in cui uscivano i giornali e l’informazione viaggiava attraverso carta, telefono e telescriventi.
Oggi un giornalista può lavorare da Buenos Aires, New York, Sydney o Parigi per una testata italiana o internazionale con la stessa immediatezza di chi lavora a Roma o Milano.
Eppure la residenza all’estero continua a rappresentare un ostacolo che appare sempre più difficile da giustificare nell’epoca della comunicazione globale.
Il punto non è chiedere privilegi. È chiedere se una legge vecchia di oltre sessant’anni sia ancora adeguata alla realtà professionale contemporanea.
Perché un cittadino italiano con regolare passaporto, che esercita realmente la professione giornalistica all’estero e che è riconosciuto come giornalista nel Paese nel quale lavora, dovrebbe essere costretto a percorrere un itinerario pensato per chi deve ancora dimostrare di essere giornalista?
È questa la domanda che la politica dovrebbe avere il coraggio di affrontare.
E non basta ricordarsi degli italiani nel mondo durante le campagne elettorali. Se quelle comunità sono davvero una parte integrante della Nazione, lo devono essere anche quando chiedono diritti, riconoscimento e adeguamento delle norme alle trasformazioni della società.
Da anni si parla della necessità di intervenire. Sono state avanzate richieste alla politica di ogni orientamento e proposte anche sul tema dell’accesso all’Ordine per i giornalisti italiani residenti all’estero. Ma il risultato concreto, almeno per i molti interessati, continua a essere un grande punto interrogativo.
E allora eccoci davanti all’ennesimo paradosso: l’Italia cambia le proprie regole sulla cittadinanza, discute continuamente di rappresentanza degli italiani all’estero, promette maggiore attenzione alle comunità italiane nel mondo e poi lascia sopravvivere norme professionali nate quando l’informazione viaggiava ancora con tempi e strumenti che oggi appartengono alla preistoria.
Una modifica ragionevole della normativa non significherebbe regalare tessere dell’Ordine. Significherebbe stabilire procedure chiare per riconoscere, nel rispetto delle regole, chi già svolge una professione giornalistica e possiede i requisiti per essere riconosciuto anche in Italia.
E ci sarebbe persino un altro aspetto da considerare: un ampliamento ordinato della platea degli iscritti potrebbe produrre nuove entrate per il sistema professionale e previdenziale dei giornalisti.
Insomma, nessun regalo. Nessuna scorciatoia. Soltanto una legge finalmente aggiornata al 2026.
Ma evidentemente, quando si parla degli italiani nel mondo, anche aggiornare una legge del 1963 sembra diventare un’impresa titanica.
E così il giornalista italiano all’estero può continuare a raccontare l’Italia al mondo.
Peccato che l’Italia, quando si tratta di riconoscere lui, sembri ancora vivere nel 1963.
Pier Francesco Corso
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