Nel 1956, 70 anni or sono, Marcinelle, Bois du Cazier, l’otto agosto, 262 morti dei quali 162 italiani.
di Rino Giuliani
Sentiamo spesso dire che il metro con cui valutare quanto accade intorno a noi non può più essere quello del secolo trascorso. Valori e principi “novecenteschi” interpretativi dell’agire umano non sarebbero più adeguati ad una realtà che è profondamente e tanto rapidamente mutata.
Tutto quanto abbiamo scritto e motivatamente detto sullo sfruttamento del lavoro, su tragedie del lavoro accadute nelle miniere, luoghi dove a lavorare andavano quasi esclusivamente gli immigrati, possiamo avanzarlo di nuovo sulle stragi sul lavoro che nel nostro paese vedono quattro morti al giorno?
Compagni di lavoro accomunati, allora, dalla stessa condizione sociale di sfruttati e di malvisti, contro i quali indirizzare paure e timori di altri non garantiti, che si ritrovarono in fondo ai pozzi minerari affratellati da una morte per grisou o altro, in cui la casualità ha sempre avuto un peso residuale.
Un elenco che non è soltanto un elenco: nel 1906 a Courrieres, Francia, miniera di carbone: su 1800 minatori i morti furono 1199 di cui 200 italiani. 302 erano ragazzi tra i 12 e i 18 anni. Nel 1956, 70 anni or sono, Marcinelle, Bois du Cazier, l’otto agosto, 262 morti dei quali 162 italiani.
In Usa nel 1909, a Cherry in Illinois: su 259 73 i morti italiani. A Dawson, New Mexico: nel 1913 146 i morti italiani su 261 e poi nel 1914 di nuovo 20 i morti italiani su 125.
Ricordiamo che la ferocia dei padroni della miniera a Calumet, Michigan, USA arrivò al punto di bruciare vivi scioperanti e familiari che si erano riuniti nella sede della Società mutua beneficenza italiana per il Natale. Morirono in 73, dei quali 59 bambini- Molti fra loro italiani.
Nel 1957 in USA, a Monongah West Virginia 362 i morti dei quali 171 italiani soprattutto molisani e calabresi. Lavoravano nelle gallerie anche bambini con meno di 12 anni.
In Canada, a Fermie nel 1902 nella British Columbia 28 morti su 128 furono italiani. Nel 1916 a Hilleret nell’Alberta 24 su 183 furono i morti italiani.
In tanti eccidi in miniera ritroviamo i figli di una Italia più povera che emigrava: veneti, siciliani, friulani, abruzzesi, bergamaschi.
Oggi ricordiamo Marcinelle che è parte dell’identità italiana assurta a simbolo del sacrificio dei nostri emigranti sfruttati nell’Europa liberale costretti ad essere separati dai propri familiari, oggetto di razzismo dalla Svizzera al Belgio alla Svezia.
Marcinelle è l’orgoglio di una comunità, quella italiana del Belgio, che ha scelto i valori democratici e li ha praticati nel processo di sintesi fra italianità e condivisione del futuro del paese che li ha visti arrivare.
Ricordiamo oggi il sacrificio dei lavoratori italiani all’estero e ricordiamo il sacrificio di ogni emigrante di ieri e di oggi.
Dei morti per lavoro in Italia (mediamente oltre 1500 all’anno) il numero più rilevante è quello degli immigrati. Quasi il doppio degli italiani. Tanta enfasi nella comunicazione istituzionale e mediatica sulla nazionalità degli autori di reati diventa però afasia quando immigrati sono le vittime del lavoro.
I lavoratori immigrati si concentrano proprio nei settori nei quali il rischio d’incidenti è più elevato: le costruzioni, i trasporti e magazzinaggio, attività manifatturiere.
A loro toccano le occupazioni pesanti, precarie, pericolose, poco pagate, penalizzate socialmente (ossia considerate di serie B o C da gran parte dell’opinione pubblica).
Il rischio per gli immigrati cresce anche perché la loro debolezza legale ed economica li conduce ad accettare condizioni di lavoro più ingrate.
La realtà è che il fenomeno migrazione non lo si vuole affrontare nel modo giusto.
Si crea artificialmente un legame tra immigrazione e sicurezza, alimentando diffidenza e chiusura.
L’immigrazione diventa il capro espiatorio delle nostre paure di perdere reddito, sicurezza di lavoro, welfare, sanità.
Da 10 anni l’immigrazione è stazionaria: prevalentemente femminile, europea e cristiana. Ma questo non si dice.
Il governo Meloni ha previsto 452.000 nuovi ingressi in tre anni, allargando di molto la lista dei settori e delle occupazioni accessibili. Quasi tutte ad alto rischio infortunistico.
Sono evidenti, pur a distanza di anni, le analogie con il lavoro sfruttato di molti dei nostri emigranti nelle miniere.
Anche le condizioni di vita in cui si sono trovati all’estero i nostri emigrati sono noti ed oggetto anche di una storiografia, di opere letterarie notissime di film e canzoni quando finalmente si è riusciti a dire parole di verità su un vissuto durissimo e discriminatorio subito dai nostri connazionali.
Allora come ora, formazione linguistica, decenti condizioni abitative, possibilità di un rapido ricongiungimento familiare, salute erano e sono condizioni che aiutano a vivere meglio e riducono il rischio d’infortuni sul lavoro.
Max Frisch oltre cinquant’anni fa, ammoniva gli svizzeri: “insieme alle braccia arrivano le persone, con bisogni, aspirazioni e diritti”. Era la Svizzera della tragedia di Mattmark che oggi ricordiamo celebrando per la prima volta la ricorrenza di Marcinelle come “Giornata europea in memoria delle vittime degli incidenti sul lavoro e per la protezione e dignità dei lavoratori”.
Ricordiamo, ed è ieri, anche i braccianti arsi vivi all’Amendolara in Calabria perché volevano essere retribuiti come da contratto.
Monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano allo Jonio e vicepresidente della Conferenza episcopale italiana richiede azioni concrete, “Penso che lo Stato, nelle sue diverse articolazioni e competenze, dovrebbe essere soprattutto presente nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della mano d’opera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici”.
il sociologo Marco Omizzolo, da anni al fianco dei braccianti, in particolare di quelli indiani sikh nella piana pontina sollecita le istituzioni «Contrastare il padronato agendo sulla condizionalità sociale e ambientale delle imprese è fondamentale per contrastare il Sistema di sfruttamento dei lavoratori. Si tratta di un’azione preventiva di bonifica che, insieme al penale, dovrebbe essere replicata su tutto il territorio nazionale».
Non possiamo non chiedere a tutti i livelli e batterci perché queste condizioni siano garantite alle persone immigrate che, nel saldo negativo fra giovani che emigrano e immigrati che entrano, sta cercando di stabilizzare il proprio percorso di vita dando al contempo il suo contributo, essenziale, al paese che li accoglie.
Rino Giuliani
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