Esteri
I democratici non hanno solo riconquistato il parlamento, hanno stravinto nei feudi repubblicani. Il tycoon artefice della sconfitta aveva imposto i suoi protetti senza speranze
– Aggiornamento
Washington, 4 novembre 2026 – Senza nulla togliere alla campagna vincente dei democratici, alle elezioni di metà mandato il trumpismo è morto e la dinamica indica che si è trattato di un suicidio. Nel suo delirio egoriferito, Donald Trump tende a essere l’unico artefice di tutti gli eventi che avvengono nel suo mondo, compresi quelli infausti, anche se per questi ultimi dà la colpa agli altri. Quello che è successo è chiaro. Una storica umiliazione elettorale per i repubblicani, senza circostanze attenuanti. Nel gergo della politica americana si dice che ai presidenti viene il «prurito del sesto anno», un fastidio che apre la strada agli ultimi due anni difficili alla guida del Paese. Ma il voto di martedì è stata una fucilata, altro che prurito. Il punto è capire chi ha premuto il grilletto.
I democratici hanno riconquistato la Camera, fatto fisiologico al Midterm, ma con un distacco abissale. Le proiezioni dicono che potrebbero avere una maggioranza di oltre 80 deputati. La sinistra ha preso anche il Senato, cosa che invece è inusuale, e ha vinto in posti conservatori come Texas, Kansas, Iowa, North e South Carolina; oppure in stati ferocemente contesi come Ohio, Michigan e Maine. Per il conteggio definitivo dell’Alaska ci vorrà ancora tempo e in Mississippi è in corso un testa a tesa. Ma è già incredibile che si stia parlando del Mississippi.

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Di fronte a cambiamenti così dirompenti le persone serie dicono giustamente che la realtà è complessa, che non bisogna cedere alle semplificazioni, che bisogna analizzare e scomporre, bollire e distillare, e così via. Ma a volte le cose sono semplici. Il motivo fondamentale della sconfitta di Trump è la guerra in Iran e la crisi dei prezzi che ha generato. «La ragione per cui abbiamo perso è la guerra. Il presidente stesso lo ha detto ieri sera», ha scritto il vicepresidente, JD Vance, in un lungo post su X che gli è uscito dalla scarpa come certi sassolini. «Se volete sostenere che ne è valsa la pena, che perdere il Senato per i prossimi sei anni ne è valsa la pena, allora fatelo. Sostenete che era un prezzo che valeva la pena pagare. Che si sia d’accordo o no, almeno è onesto», ha scritto. Lui che ha ingurgitato la guerra di Trump e Netanyahu per fedeltà e cinico calcolo sulla sua aspettativa di vita politica, ora dice apertamente ciò che il voto ha certificato. Con una perfidia ulteriore: Trump sostiene che i candidati non sono stati in grado di portare gli elettori alle urne, mentre il suo vice scrive che alle urne quelli che hanno votato per loro due anni fa ci sono andati eccome: soltanto che questa volta hanno votato peri democratici.Il primogenito Donald Trump Jr., già critico in privato verso la guerra, ha approvato il messaggio.
Mentre il partito cercava di elaborare l’enormità dell’accaduto, il presidente ha parlato dal cantiere della sala da ballo, esaltando la costruzione che sarà «la più bella del mondo». È del resto la stessa persona che ha concluso la campagna elettorale parlando delle alghe nella reflecting pool.

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La guerra intentata su impulso personale, senza chiari obiettivi né possibilità di vittoria, ma che impone sofferenze al popolo che doveva proteggere, è la prima pulsione suicida che ha portato Trump a mettere le basi perla sua sconfitta. Si vedrà se, come dicono le voci a Washington, il presidente procederà a cacciare il segretario del Pentagono, Pete Hegseth, e qualcuno dei generali che hanno concepito l’intervento, per segnalare di avere capito il messaggio.
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