Italiani nel mondo – NORME VECCHIE, COMUNITÀ NUOVE: AI COMITES 2026 SERVE UNA NUOVA RAPPRESENTANZA VERAMENTE CREDIBILE

by | Sep 14, 2026 | italiani nel mondo, Italy, POLITICS, PRIMOPIANO, World

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Le elezioni dei COMITES 2026 stanno entrando nella fase decisiva. Ma prima ancora di conoscere liste ed eletti sarebbe necessario aprire una discussione sulla qualità della rappresentanza. La legge 286 del 2003 sui COMITES e la legge 368 del 1989 sul CGIE appartengono a stagioni diverse da quella che vivono oggi gli italiani all’estero. Anche il CGIE, nei suoi documenti, ha più volte evidenziato la necessità di aggiornare le leggi che regolano COMITES e CGIE. Nel frattempo rimangono aperte questioni decisive: la partecipazione elettorale, il peso delle reti associative e dei patronati, la selezione dei candidati, la trasparenza delle liste, la verifica dell’attività degli eletti e il rapporto con consolati e istituzioni. Non si tratta di mettere sotto accusa chi opera nelle Comunità, ma di chiedersi se l’attuale sistema sia ancora capace di produrre una rappresentanza realmente larga, competente, funzionale e autorevole.


Pier Francesco Corso
Prima ancora di sapere chi vincerà i COMITES 2026, sarebbe il caso di chiedersi se il sistema con cui verranno eletti sia ancora adeguato all’Italia nel mondo del 2026. La domanda non è provocatoria. È ormai inevitabile.
I COMITES sono disciplinati dalla legge 286 del 23 ottobre 2003. Il CGIE nasce invece dalla legge 368 del 6 novembre 1989, successivamente modificata. Il Ministero degli Esteri continua a indicare queste norme come riferimento dell’attuale sistema di rappresentanza.
Sono leggi che hanno avuto una loro ragione storica. Ma nel frattempo il mondo è cambiato radicalmente. Sono cambiate le migrazioni, sono cambiate le Comunità italiane, sono cambiate le tecnologie, è cambiato il rapporto con l’Italia, sono cambiati i giovani che partono e soprattutto è cambiata la dimensione stessa della presenza italiana nel mondo.
Gli iscritti agli schedari consolari hanno ormai superato i sette milioni. Nel 2026 il CGIE ha parlato apertamente di nuovi flussi migratori, giovani generazioni e necessità di rinnovare la rappresentanza e la partecipazione.
E c’è un fatto ancora più significativo. Non è soltanto l’opinione di qualche osservatore o di un giornalista. Nei documenti del CGIE è stata esplicitamente rilevata da tempo l’esigenza di modificare le leggi istitutive dei COMITES e del CGIE. In un documento recente viene definito addirittura non opportuno procedere al rinnovo sulla base di una normativa considerata obsoleta.Comite de Ética – Vicerrectorado de Investigación
Allora la questione va posta con chiarezza: possiamo continuare a eleggere nuovi rappresentanti con regole concepite in un’altra epoca senza contemporaneamente interrogarci sulla qualità della rappresentanza che quelle regole producono?
La legge stabilisce che i COMITES rappresentano le collettività italiane nei rapporti con le rappresentanze diplomatico-consolari. Sono dunque, per definizione, un ponte tra cittadini e istituzioni.
Ma un ponte funziona soltanto se viene attraversato in entrambe le direzioni. Deve portare ai consolati le esigenze vere delle Comunità e deve riportare ai cittadini informazioni, risposte, servizi, proposte e risultati. Non può diventare semplicemente un Organismo che torna visibile ogni cinque anni, quando ricomincia la corsa elettorale.Cosa sono i Comites | Com.It.Es. Madrid - Comitato degli Italiani all'Estero
Qui nasce il primo problema: la qualità della candidatura. Oggi la normativa stabilisce requisiti di eleggibilità, incompatibilità e modalità di presentazione delle liste, ma non prevede una verifica preventiva della preparazione, dell’esperienza associativa, della conoscenza della comunità o della capacità concreta di svolgere il delicato ruolo di rappresentante in veste di COMITES.
È giusto che sia così? Certamente la democrazia non può trasformarsi in un concorso pubblico nel quale qualcuno decide chi è abbastanza “colto” per candidarsi. Ma tra questo e l’attuale modello esiste uno spazio enorme: quello della trasparenza. Perché non rendere facilmente conoscibili ai cittadini curriculum, esperienze, precedenti incarichi nei COMITES, attività associative, competenze dichiarate e risultati eventualmente già ottenuti?
Il cittadino dovrebbe poter scegliere non soltanto sulla base di uno slogan o di una fotografia. Dovrebbe poter sapere chi ha davanti.Com.It.Es. Polonia - Comitato degli Italiani all'Estero per la Circoscrizione Consolare di Varsavia
Poi c’è il problema delle reti organizzate. Patronati, associazioni, sindacati, organizzazioni dell’emigrazione e realtà territoriali rappresentano una parte importante della storia e della vita degli italiani all’estero. Sarebbe assurdo demonizzarle. Molte svolgono ogni giorno un lavoro prezioso. Ma proprio perché dispongono di strutture, sedi, volontari, relazioni e capacità di mobilitazione, è legittimo interrogarsi sul loro peso nella formazione delle liste e nella costruzione del consenso.
La domanda non è se queste organizzazioni debbano esistere. La domanda è un’altra: quanto deve pesare una rete organizzata nella scelta di una rappresentanza che dovrebbe appartenere all’intera comunità?
E qui occorre evitare scorciatoie e accuse non documentate. Non basta sostenere che qualcuno “ha gli elenchi” o che “porta voti”, come molti poco delicatamente accusano. Bisogna verificare caso per caso quali siano le banche dati utilizzabili legittimamente, quali rapporti organizzativi esistano, quali associazioni sostengano effettivamente una lista e quale attività concreta svolgano durante la campagna elettorale.Comites Polonia (@comites_polonia) • Instagram photos and videos
Soltanto i documenti possono trasformare un sospetto in un fatto.
Esiste poi una contraddizione strutturale. Il CGIE, secondo la normativa vigente, è composto da 63 consiglieri: 43 rappresentanti delle comunità eletti e 20 membri di nomina governativa. Tra i soggetti che concorrono alla designazione della componente nominata figurano anche associazioni nazionali dell’emigrazione.
Significa che nel sistema della rappresentanza convivono voto dei cittadini, COMITES, CGIE, associazioni, organizzazioni dell’emigrazione e componente governativa.
È un sistema complesso, stratificato, nato attraverso successive modifiche normative. Ma è ancora il sistema migliore per rappresentare una comunità italiana che non assomiglia più a quella del 1989?
E veniamo ai COMITES. Dodici o diciotto consiglieri, a seconda delle dimensioni della circoscrizione. Elezioni per corrispondenza. Per il 2026, inoltre, il cittadino deve chiedere di essere inserito nell’elenco elettorale. Il meccanismo può essere perfettamente legittimo, ma pone un problema politico evidente: quando la partecipazione effettiva è molto bassa, una rete organizzata può avere un peso proporzionalmente enorme nella determinazione del risultato.Elezioni Comites 2026, il Cgie: «Servono partecipazione e tutele»
Non significa che il voto organizzato sia illegittimo. Significa che la democrazia rischia di essere formalmente larga e sostanzialmente ristretta.
Ed è proprio qui che la riforma dovrebbe intervenire. Non per togliere potere ai cittadini, ma per allargare realmente la platea dei cittadini che partecipano.
Occorrerebbe ripensare le modalità di informazione, la semplicità dell’iscrizione elettorale, la comunicazione digitale, la conoscibilità delle candidature e, perché no, anche le modalità future di voto. Il CGIE stesso ha recentemente chiesto misure omogenee per favorire elettori e candidature.
Ma non basta cambiare il modo di votare. Bisogna cambiare anche il modo di misurare la rappresentanza.Comites Messico - L'Italia nel Cuore (@comitesmessicoLNC) • Facebook
Un COMITES dovrebbe poter presentare annualmente ai cittadini un rendiconto facilmente leggibile: quante riunioni, quali iniziative, quali interlocuzioni con il Consolato, quali problemi affrontati, quali risultati ottenuti, quali risorse utilizzate. Le sedute sono già pubbliche e la legge prevede la pubblicazione dei resoconti.
Ma la trasparenza formale non dovrebbe essere il punto di arrivo. Dovrebbe essere il punto di partenza.
Un rappresentante degli italiani all’estero non dovrebbe essere giudicato soltanto cinque anni dopo, quando torna a chiedere il voto. Dovrebbe essere giudicabile ogni anno dalla comunità che rappresenta.
E allora anche il rapporto con i consolati va ripensato. La legge immagina il COMITES come interlocutore delle rappresentanze diplomatico-consolari. Ma interlocuzione non significa né sudditanza né conflitto permanente. Significa capacità di dialogare, proporre, criticare quando necessario e collaborare quando serve.
Il nuovo rappresentante dovrebbe dunque possedere non soltanto consenso elettorale, ma anche capacità di confronto istituzionale.
Questa è una competenza che non si improvvisa.
E qui arriviamo alla questione forse più delicata: che cosa significa davvero rappresentare gli italiani all’estero?
Significa difendere soltanto gli interessi di chi vota? Significa organizzare qualche evento? Significa intervenire sulle difficoltà consolari? Significa tutelare pensionati, lavoratori, studenti e imprese? Significa occuparsi delle nuove generazioni e dei discendenti? Significa costruire un rapporto con il Paese ospitante? Significa riportare in Italia le esigenze delle Comunità?
La risposta dovrebbe essere: tutto questo insieme.
Perché l’italiano all’estero del 2026 non è più soltanto l’emigrante della vecchia generazione. È anche il giovane che parte per un’università straniera, il ricercatore, il professionista, l’imprenditore, il lavoratore digitale, il pensionato che rientra periodicamente, il discendente di seconda o terza generazione e il cittadino che vive una relazione con l’Italia molto diversa da quella delle generazioni precedenti.
Il sistema della rappresentanza deve quindi interrogarsi anche su una questione identitaria: come mantenere il legame con l’Italia senza pretendere che milioni di persone nate e cresciute all’estero vivano la cittadinanza e l’italianità secondo modelli appartenenti al passato?
La risposta non può essere soltanto nostalgica.
Deve essere istituzionale, culturale, sociale e politica.
Per questo le elezioni dei COMITES 2026 non dovrebbero essere soltanto l’ennesima tornata elettorale. Dovrebbero diventare l’occasione per aprire finalmente un confronto nazionale sulla riforma dell’intero sistema.
Non si tratta di stabilire oggi chi abbia ragione tra partiti, associazioni, patronati, liste civiche o organizzazioni dell’emigrazione.Cose che nessuno ti dirà di nocensura.com
Si tratta di stabilire se tutti questi soggetti debbano continuare a muoversi dentro regole costruite per un mondo che non esiste più.
La domanda, dunque, è semplice e insieme scomoda.
Vogliamo continuare a eleggere rappresentanti oppure vogliamo finalmente costruire una reale e funzionale rappresentanza?
Sono due cose molto diverse.
La prima si esaurisce nell’urna.
La seconda comincia il giorno dopo.
E se davvero vogliamo che i nuovi COMITES siano quel ponte tra cittadini e istituzioni che la legge immagina, allora il tempo per discuterne non è dopo le elezioni.
È adesso!
Pier Francesco Corso
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