Politica – Dieci giorni di Commissione, 696 emendamenti, un esame mai concluso e nessun mandato al relatore. Poi il trasferimento della partita direttamente in Aula, dove la maggioranza ha imposto la sua soluzione sulle preferenze: tre sì, ma il capolista resta blindato. Il Senato ha così cambiato il testo della Camera e ora la partita si prepara al voto finale. Dietro la procedura parlamentare si intravede la vera battaglia: chi controllerà le candidature e quanto potrà scegliere davvero l’elettore?
di Pier Francesco Corso
La legge elettorale è arrivata al punto in cui il linguaggio parlamentare rischia di diventare una cortina fumogena. Per capire cosa sta succedendo basta tradurre quel linguaggio in italiano: la 1a Commissione permanente Affari Costituzionali del Senato non è riuscita a finire il suo lavoro, l’Aula ha preso in mano la partita e la maggioranza ha imposto, almeno per ora, la propria soluzione sulle preferenze.
Ma andiamo con ordine, perché dietro questa apparentemente interminabile trafila di emendamenti si sta giocando una partita politica tutt’altro che secondaria.
Per giorni la 1ª Commissione Affari Costituzionali del Senato ha esaminato la riforma approvata dalla Camera. Alla scadenza sono arrivati 696 emendamenti e sei ordini del giorno. Dal 3 settembre sono cominciate le votazioni e, secondo quanto riferito in Aula dal suo presidente della 1a Commissione del Senato, sen. De Priamo (FdI), al momento della chiusura dei lavori erano stati esaminati gli emendamenti dell’articolo 1, salvo quelli accantonati.
Qui entra in scena una parola che per il lettore comune dice poco: “Relatore”.
In Commissione il Relatore è il parlamentare incaricato di portare all’Assemblea il risultato dell’esame svolto in sede di Commissione.
La Commissione avrebbe dovuto terminare il lavoro, dare al Relatore il mandato e consegnare all’Aula un testo accompagnato dalla relazione. Non è successo.
De Priamo ha spiegato che il numero ancora enorme di emendamenti e quella che ha definito una “legittima, ma oggettiva attività ostruzionistica” dell’opposizione hanno di fatto impedito di arrivare a conferire il mandato al Relatore.
Questa è la ricostruzione della Presidenza della Commissione e va indicata come tale.
L’opposizione, naturalmente, offre una lettura diversa e contesta il modo in cui la maggioranza ha condotto l’esame.
Il risultato concreto, però, è incontestabile: la Commissione non ha consegnato all’Aula un testo conclusivo. E qui il lettore deve conoscere una regola fondamentale. Il Regolamento del Senato prevede che, quando il termine per predisporre la relazione è scaduto, il disegno di legge possa essere discusso anche senza relazione e nel testo del proponente. Questa, precisamente, è la strada che è stata seguita. Così la legge è arrivata in Aula senza che la Commissione avesse completato il proprio percorso.
E il Parlamento, invece di fermarsi, ha semplicemente spostato la battaglia nella sala più grande e più politica: l’Aula del Senato.
La prima grande sfida è stata sulle “preferenze”. La maggioranza ha approvato l’emendamento 1.6, a prima firma sen. Marco Lisei (FdI), che consente all’elettore di esprimere fino a tre preferenze, ma esclude il capolista. Le preferenze devono inoltre rispettare l’alternanza di genere.
Tradotto: l’elettore potrà scegliere alcuni candidati, ma uno dei nomi più importanti della lista continuerà a essere deciso dal partito. Una specie di democrazia con una porta d’ingresso e una porta di servizio: scegli, sì, ma qualcuno è già stato scelto per te.
L’opposizione ha tentato di andare molto oltre, proponendo preferenze senza il capolista bloccato. La proposta è stata respinta o resa preclusa nel corso delle votazioni.
Nel resoconto parlamentare le opposizioni hanno rivendicato una posizione unitaria sulle preferenze e hanno accusato la maggioranza di voler conservare il controllo sulle candidature.
La maggioranza replica che il sistema delle tre preferenze rappresenta comunque un’apertura alla scelta degli elettori. E così, tra una dichiarazione di democrazia e una candidatura blindata, il Parlamento continua a discutere di quanto spazio lasciare proprio a chi dovrebbe essere il protagonista della democrazia: l’elettore.
Ma attenzione: non siamo davanti a una semplice disputa tecnica. La legge elettorale stabilisce chi entra in Parlamento e soprattutto quanto potere rimane nelle mani dei partiti nel decidere chi può essere eletto. Per questo ogni preferenza, ogni capolista e ogni soglia possono diventare una questione di sopravvivenza politica.00000000000000000000000000
La maggioranza, per ora, ha retto. Ma il passaggio in Aula ha trasformato la riforma in una prova di forza.
Le opposizioni possono essere compatte, ma per modificare realmente il testo devono trovare crepe nella maggioranza. E la maggioranza deve invece impedire che quelle crepe diventino voragini.
È qui che cominceremo a capire il peso reale dei singoli gruppi e dei singoli senatori. Non basteranno più le dichiarazioni. Bisognerà guardare i voti. Anche quelli dei gruppi più piccoli, compresi Noi Moderati e MAIE, soprattutto quando saranno in discussione norme capaci di incidere sulla rappresentanza degli italiani nel mondo.
E qui il Parlamento rischia di trasformarsi nell’ennesimo laboratorio della politica italiana: tutti parlano a nome del popolo, ma intanto discutono soprattutto di come organizzare il proprio futuro politico. Il cittadino osserva, aspetta e prova a capire. Spesso senza riuscirci, anche perché il linguaggio parlamentare sembra progettato apposta per scoraggiarlo.
La prossima settimana arriverà il momento della verità. Il Senato dovrebbe arrivare al voto finale martedì 15 settembre. Ma il testo, essendo stato modificato rispetto a quello della Camera, non potrà considerarsi definitivamente approvato: dovrà tornare a Montecitorio per il nuovo esame delle modifiche.
Ed è qui che lo scenario può diventare duro. Se la maggioranza rimarrà compatta, la macchina procederà. Se invece emergeranno divergenze sulle prossime norme, ogni voto potrà diventare una prova di forza.
E quando una legge elettorale arriva al punto in cui pochi voti possono cambiare il destino di molte candidature, la politica smette rapidamente di essere una discussione sui principi e torna a essere quello che troppo spesso è: una trattativa sul potere.
Per gli italiani nel mondo, dunque, attenzione massima. Non saranno sufficienti le dichiarazioni di chi proclamerà di voler difendere la rappresentanza degli italiani all’estero. Quando arriveranno le norme che potranno incidere concretamente su candidature, preferenze e rappresentanza, conteranno soltanto gli atti e i voti.
È lì che si vedrà chi difende davvero cosa.
E forse, per una volta, sarà utile che gli elettori guardino non soltanto chi parla dal Parlamento, ma anche chi vota e come vota.
Perché la vera partita della legge elettorale deve ancora cominciare.
Pier Francesco Corso
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