Trump grida ai brogli senza prove. Sulle elezioni cala l’ombra del sospetto

by | Oct 30, 2026 | POLITICS, PRIMOPIANO, This is Washington, USA, World


A cinque giorni dalle elezioni di midterm, il presidente offre un milione di dollari a chi denuncia frodi elettorali e moltiplica le accuse contro i democratici Massimo Jaus


 Massimo JausTrump grida ai brogli senza prove. Sulle elezioni cala l’ombra del sospetto

                                    La grande caccia ai brogli fantasma

Il problema, per Trump, è che i risultati delle indagini della sua stessa amministrazione non giustificano l’allarme. Le accuse riguardano soprattutto il voto dei non cittadini americani, che per legge non possono partecipare alle elezioni federali, e quello per corrispondenza, da anni indicato dal presidente come uno strumento di frode sistematica.

E non è la prima volta che le verifiche smentiscono le sue accuse. Come rivelò il Washington Post nel febbraio 2023, dopo la sconfitta del 2020 la campagna di Trump aveva pagato oltre 600 mila dollari alla società Berkeley Research Group per cercare prove di brogli in sei Stati. Gli investigatori non trovarono irregolarità capaci di ribaltare il risultato e comunicarono le conclusioni allo stesso Trump. Ma il rapporto non venne reso pubblico e il presidente continuò a sostenere che le elezioni gli erano state rubate.

Secondo un’altra inchiesta del Washington Post, dall’inizio del secondo mandato di Trump più di 180 persone prive della cittadinanza americana sono state incriminate per aver votato o essersi registrate illegalmente. Circa il 70 per cento dei procedimenti è stato avviato negli ultimi due mesi. Le condanne sono finora meno di due dozzine e molti imputati sostengono di aver commesso errori in buona fede. Nessuna indagine ha individuato un’organizzazione responsabile di frodi sistematiche. La sproporzione è evidente. Alle presidenziali del 2024 hanno votato oltre 154 milioni di americani e i casi individuati, pur non rappresentando necessariamente tutte le irregolarità commesse, rimangono numericamente marginali.

                         Quattro frodi ogni dieci milioni di voti

Anche sul voto per corrispondenza i numeri raccontano una storia diversa. Uno studio della Brookings Institution, pubblicato nel novembre 2025, ha esaminato le elezioni del 2016, 2018, 2020 e 2022, utilizzando il database della Heritage Foundation, un centro studi conservatore tradizionalmente vicino ai repubblicani. Il risultato: una media di appena quattro casi di frode ogni dieci milioni di voti postali. Trump, del resto, mantiene un rapporto contraddittorio con questo sistema. Lo denuncia come facilmente manipolabile, ma invita i suoi sostenitori a utilizzarlo. E lui stesso vi ha fatto ricorso. Alle presidenziali del 2024 circa 48 milioni di americani hanno votato per posta, una pratica consentita dalla maggioranza degli Stati e sottoposta a controlli sull’identità degli elettori.

                                    Dalla California all’Alaska

La campagna contro i presunti brogli non si limita alle dichiarazioni. In California, il Dipartimento di Giustizia ha chiesto di separare dal conteggio le schede di circa 20 mila elettori sospettati di non possedere la cittadinanza americana. Un giudice federale ha respinto la richiesta, mentre le verifiche locali hanno sollevato dubbi sull’affidabilità degli elenchi. Nello Stato di Washington, il governo ha preso di mira altri 405 elettori, suscitando la protesta del segretario di Stato Steve Hobbs, che ha denunciato il rischio di alimentare sospetti infondati a pochi giorni dal voto.

A rendere ancora più controversa questa caccia ai brogli è arrivata la vicenda del Minnesota, dove due noti attivisti della destra, James O’Keefe, fondatore di Project Veritas, e Cam Higby, sono stati incriminati per voto illegale e furto d’identità. Con travestimenti e telecamere nascoste avevano cercato di dimostrare quanto fosse facile votare sotto falsa identità. Nessuno dei due ha effettivamente votato, ma entrambi sono finiti sotto accusa per aver utilizzato i nomi di altri elettori senza autorizzazione. I due sostengono di aver voluto soltanto mettere alla prova la sicurezza del sistema elettorale.

Intanto, l’ultimo scontro politico è esploso in Alaska, dove Trump ha accusato la democratica Mary Peltola di frode elettorale, chiedendone l’esclusione dalla competizione e persino l’incriminazione. Al centro della vicenda, un candidato con lo stesso nome del senatore repubblicano Dan Sullivan che, secondo le accuse, sarebbe stato reclutato per sottrargli voti. La campagna di Peltola nega ogni coinvolgimento, mentre il Dipartimento di Giustizia ha già avviato un’azione giudiziaria per contestare, in determinate circostanze, la certificazione del risultato.

                            Quegli 11.780 voti chiesti in Georgia

C’è tuttavia un precedente che rende particolarmente delicata l’offensiva di Trump contro i presunti brogli. E riguarda proprio lui. Il 2 gennaio 2021, dopo aver perso le presidenziali contro Joe Biden, telefonò al segretario di Stato repubblicano della Georgia, Brad Raffensperger, chiedendogli di “trovare 11.780 voti”, esattamente uno in più degli 11.779 che gli mancavano per ribaltare il risultato. La conversazione venne registrata e resa pubblica. Raffensperger respinse le pressioni, ricordando al presidente che riconteggi e verifiche avevano confermato la vittoria di Biden.

Non fu un episodio isolato. Alcuni collaboratori e alleati di Trump organizzarono il piano dei falsi grandi elettori. In sette Stati conquistati da Biden furono preparati documenti che attribuivano invece la vittoria al presidente uscente. Secondo la commissione parlamentare sul 6 gennaio e l’ex procuratore speciale Jack Smith, quelle certificazioni alternative dovevano essere utilizzate per ostacolare la convalida del risultato elettorale.

I procedimenti giudiziari successivi hanno avuto esiti differenti. Quello federale contro Trump è stato abbandonato dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, mentre il processo in Georgia è stato archiviato nel novembre 2025. Non tutte le responsabilità penali contestate sono state dunque accertate. Ma la telefonata a Raffensperger, i documenti dei falsi elettori e le pressioni esercitate dopo la sconfitta restano fatti documentati.

                              Perché Trump ha bisogno dei brogli

Ma perché il presidente insiste su accuse che le indagini non riescono a dimostrare? La spiegazione potrebbe essere più politica che giudiziaria. Se i repubblicani vincono, il risultato confermerà, nella narrazione di Trump, la forza del movimento MAGA. Se perdono, invece, le accuse lanciate per settimane offriranno una giustificazione già pronta: non sono stati gli elettori a respingerli, ma i democratici a rubare le elezioni.

È una strategia che, secondo diversi esperti elettorali, può servire a trasformare una sconfitta politica in una battaglia sulla legittimità del voto, mantenere mobilitati i sostenitori e preparare eventuali ricorsi giudiziari. Non ci sono prove che questa sia l’intenzione precisa di Trump, ma il precedente del 2020 alimenta i timori. C’è anche un vantaggio immediato: spostare l’attenzione dal costo della vita, dall’inflazione e dalle difficoltà dei candidati repubblicani a una presunta minaccia alla democrazia.

                                                Il sospetto prima del verdetto

La differenza rispetto al 2020 è sostanziale. Allora Trump contestava i risultati di un’elezione che aveva perso. Oggi è un presidente in carica che denuncia brogli prima ancora che gli elettori abbiano finito di votare, con un Dipartimento di Giustizia impegnato in iniziative che potrebbero incidere sulle procedure elettorali di alcuni Stati. La Casa Bianca sostiene di voler garantire la legalità del voto. Un obiettivo legittimo, naturalmente. Ma le elezioni americane sono amministrate principalmente dagli Stati e dalle autorità locali, non dal presidente, e le irregolarità isolate non dimostrano l’esistenza di frodi generalizzate.

Michael McNulty, ex consulente elettorale dell’agenzia USAID, ha paragonato al New York Times queste iniziative a strategie osservate in Paesi dove il potere politico ha progressivamente indebolito l’indipendenza delle istituzioni elettorali. Il timore è che le accuse ripetute possano convincere milioni di americani dell’esistenza di brogli anche senza prove, soprattutto in competizioni che potrebbero essere decise da poche migliaia di voti.

Trump ha trasformato le midterm in un referendum sulla sua presidenza, chiedendo agli americani di votare come se il suo nome fosse sulla scheda. Ora, con il rischio di una sconfitta repubblicana, mette sotto sospetto il sistema chiamato a raccogliere il verdetto degli elettori.

Il paradosso è evidente. Trump offre un milione di dollari a chi dimostrerà che qualcuno ha truccato il voto. Ma è lo stesso presidente che nel 2021 chiedeva a un funzionario repubblicano di trovargli i voti necessari per vincere un’elezione che aveva perduto.

La domanda, allora, non è soltanto chi vincerà martedì. È se Donald Trump sarà disposto ad accettare che, in democrazia, l’ultima parola spetta agli elettori. Anche quando il loro verdetto non piace alla Casa Bianca.

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