Oltre il voto, cosa attende l’America nei due anni più imprevedibili di Trump

by | Nov 4, 2026 | POLITICS, PRIMOPIANO, This is Washington, USA, World

Esteri


Nessun compromesso: il tycoon minaccia il “tremendo potere della presidenza”, ovvero il ricorso sistematico al veto e l’interpretazione estrema delle sentenze della Corte Suprema per neutralizzare le indagini dell’opposizione

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Foto di Mattia Ferraresi, Inviatodi Mattia Ferraresi, Inviato
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump

Washington, 4 novembre 2026 – “Abbiamo fatto il possibile”. Pronunciata davanti alla rinnovata reflecting pool, tra un aggiornamento sulle alghe e una digressione sul suo bellissimo eliporto, la frase di Donald Trump alla vigilia del voto non era un appello alla mobilitazione, ma l’anticipo di una ritirata. Ora che i numeri dello spoglio tratteggiano una notte ostile per i repubblicani, quella rassegnazione trova la sua spiegazione. La questione non è più se Trump ne uscirà indebolito, ma quanto profondo sarà l’impatto sul resto del suo mandato. Cosa succederà dunque nei due anni che gli mancano alla fine del mandato?

L’unico precedente di un midterm in cui Trump era presidente non aiuta a fare previsioni. Nel 2018 i repubblicani hanno perso la Camera, com’è normale che accada, ma hanno guadagnato 2 seggi al Senato, risultato sufficiente a convincere il presidente che la sua popolarità non era compromessa. Godeva anche di un’economia in ottima forma e di una campagna militare contro Isis che stava andando secondo i piani. E comunque l’aveva iniziata Obama. La testa di Trump a quel punto era già alla campagna per la rielezione del 2020.

Ora lo scenario è diverso. Il movimento MAGA è in frantumi, il suo popolo gli ha voltato le spalle, il costo della vita è schizzato in alto e tutti gli elettori si rendono conto del legame diretto fra la guerra in Iran e il costo della benzina. In altre circostanze le iniziative, anche disastrose, in politica estera non hanno immediatamente prodotto un effetto elettorale visibile, perché gli elettori americani sono generalmente disinteressati e poco informati sulla politica estera, finché non li tocca direttamente.

Ci sono due recenti sconfitte storiche del partito del presidente a metà mandato che vengono evocate per cercare di immaginare cosa succederà. Quella di Bill Clinton nel 1994 e quella di George W. Bush 2006. Entrambi hanno affrontato i due anni successivi con una logica di mediazione e compromesso. Per Clinton è iniziata allora l’era della “triangolazione” con i repubblicani sulla politica economica, mentre Bush, punito per la disastrosa guerra in Iraq, ha licenziato il segretario della Difesa, Donald Rumsfeld, e ha promosso una riforma dell’immigrazione presentabile anche per i democratici, ma che alla fine non è andata in porto.

L’opzione del compromesso e della moderazione non esiste. Lo sappiamo dalle opere e dalle parole. Userò “il tremendo potere della presidenza”, ha detto appena iniziato lo spoglio nei primi stati, minacciando di ricorrere sistematicamente al veto e sbandierando la solita sentenza della Corte suprema che, nella sua interpretazione, dà poteri illimitati al presidente. Il resto della biografia politica di Trump ci dice che di fronte alle sconfitte non solo non cede, ma reagisce rabbiosamente e in modo distruttivo, anche quando la furia finisce per danneggiare anche lui stesso e i suoi interessi. Trump non ha mai fatto concessioni e preso posizioni accomodanti: non si vede perché dovrebbe iniziare ora che non ha un’altra elezione davanti a sé.

Un Congresso interamente controllato dalla Camera e dal Senato, tuttavia, avrà strumenti per complicargli la vita. Può istruire indagini, fare rogatorie e commissioni d’inchiesta, mettere pressione al suo entourage, soprattutto per quanto riguarda la corruzione e la gestione degli affari di famiglia. “Le costrizioni che gli saranno imposte a livello interno lo indurranno a sfogarsi sulla politica estera, dove il potere esecutivo gli dà più libertà di azione”, spiega un ex funzionario repubblicano al Congresso che si è dimesso in polemica con la guerra all’Iran. “I canali fra i dipartimenti di intelligence, il Congresso e la Casa Bianca sono inesistenti”, continua il funzionario, “è tutto accentrato sul presidente, ed è difficile che il Congresso riesca a opporsi su certe decisioni, ad esempio quelle militari. Davvero la maggioranza democratica si prenderà la responsabilità di non autorizzare i fondi al Pentagono? Non credo proprio”.

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